I Puritani tornano a Roma dopo più di trent’anni

Dall’alleanza di orchestra e voci nasce un’eccellente realizzazione musicale ma la realizzazione scenica delude

"I puritani" (foto Fabrizio Sansoni - Opera di Roma)
"I puritani" (foto Fabrizio Sansoni - Opera di Roma)
Recensione
classica
Roma, Teatro dell’Opera
I Puritani
19 Aprile 2022 - 30 Aprile 2022

I Puritani è un’opera a due facce. Il libretto di quel dilettante del conte Carlo Pepoli è debolissimo, non perché i versi sono infantilistici né perché la vicenda è assurda (questo non sarebbe un problema, come dimostrano Rigoletto, Trovatore e tante altre opere) ma perché la sua drammaturgia totalmente inconsistente priva il compositore di ogni possibilità di agganciare la sua musica a situazioni di un sia pur minimo interesse. Ma Bellini compì il miracolo di ricoprire quei versi con una musica meravigliosa, traboccante di quelle sue affascinanti melodie “lunghe lunghe lunghe”. Quest’edizione romana rispecchia in qualche modo queste due facce dei Puritani: la realizzazione musicale è ottima, quella scenica molto modesta.

Cominciamo dall’orchestra, che generalmente è considerata di secondaria importanza in Bellini. In effetti la sua è un’orchestrazione piuttosto semplice, che può anche sembrare sostanzialmente uniforme e invece ha una gamma di soluzioni abbastanza ricca da permettergli di creare sempre il colore giusto per avvolgere e sostenere sia il tipo di vocalità sia l’atmosfera emotiva di quel determinato momento dell’opera. Roberto Abbado coglie e evidenzia perfettamente i colori di ogni pagina e così I Puritani rivelano di non essere “solamente” uno scrigno di melodie ma di avere anche una bella carica drammatica. Anche i tempi staccati dal direttore contribuiscono a dare intensità drammatica a quest’opera, pur essendo spesso tutt’altro che veloci. Ma possono talvolta diventare molto veloci, come in “Suoni la tromba, intrepido”, che non ricordiamo di aver mai ascoltato così trascinante, quasi garibaldino ante litteram, anche perché baritono e basso non si sono risparmiati. E, a proposito dell’orchestrazione di Bellini, qui basta una tromba (in questo caso quella di Michele Paricotto, un recente ottimo acquisto dell’orchestra dell’Opera) per dare alla musica una carica che nemmeno la più raffinata delle orchestrazioni riuscirebbe ad ottenere. Abbado ha anche aperto molto tagli e così risultavano meglio definite la complessità e l’originalità della struttura di quest’opera, ma d’altra parte si avvertivano di più alcuni momenti di stanchezza dell’ispirazione di Bellini.

"I puritani" - Jessica Pratt e Nicola Ulivieri (foto Fabrizio Sansoni - Opera di Roma)
"I puritani" - Jessica Pratt e Nicola Ulivieri (foto Fabrizio Sansoni - Opera di Roma)

La tecnica eccezionale consente a Jessica Pratt di eseguire con facilità e con timbro luminoso le agilità e gli acuti sparsi a piene mani da Bellini Tuttavia alla prima le agilità sono state meno brillanti del suo solito, un paio di acuti lasciavano trasparire un leggero sforzo e anche il volume era leggermente insufficiente per una grande sala come quella dell’Opera, tanto che nasceva il dubbio che non fosse in condizioni fisiche perfette. Ma anche così son ben pochi i soprano che possono reggere il confronto con la sua Elvira. John Osborn ha fatto sembrare facile l’impervia parte scritta da Bellini per Rubini. È vero che ha omesso – come sempre si fa oggi – il non indispensabile fa sovracuto, che serviva esclusivamente a dare al primo interprete l’opportunità di stupire il pubblico, ma comunque nella parte di Arturo gli acuti non scarseggiano. Il tenore americano ha offerto una vera lezione di bel canto, ma senza mai cadere nell’esibizionismo. Dalla prima all’ultima nota ha incantato gli ascoltatori con fiati lunghissimi e con smorzature e rinforzi calibrati al millimetro. Da sottolineare la grande scena all’inizio del terzo atto – in genere molto scorciata – da lui cantata con una delicatezza che sottolineava l’atmosfera trasognata e malinconica di una pagina che non credevamo potesse essere tanto affascinante.

Franco Vassallo ha voce piena e ben timbrata e sa anche usarla bene, eppure, forse per sottolineare che Riccardo è il “cattivo” dell’opera, ricorre qua e là ad accenti fin troppo vigorosi, più adatti a Verdi che a Bellini. Nicola Ulivieri esprime pienamente la nobiltà d’animo di Lord Giorgio Valton e valorizza magnificamente le lunghe arcate delle meravigliose melodie di Bellini. La giovane Irene Savignano, approfittando della riapertura dei tagli, ha potuto dare alla regina Enrichetta una statura da vera protagonista nelle poche scene in cui è in scena. Molto bene nei ruoli minori anche Roberto Lorenzi (Gualtiero Valton) e Rodrigo Ortiz (Bruno Robertson). Altro ottimo protagonista era il coro, preparato da Roberto gabbiani.

E veniamo ora all’altra faccia di questa nuova produzione romana dell’opera, ovvero la realizzazione della parte scenica. Il regista Andrea De Rosa non sembrava affatto ispirato dal libretto – e lo si può ben capire – ed era evidentemente a corto di idee, così si è arrangiato con alcune superflue e discutibili trovate, fortunatamente poche e poco invasive. Il risultato era che i protagonisti e il coro restava spesso immobili o si limitavano ad una recitazione generica, priva di ogni drammaticità. Anonime le scene, brutti i costumi. Le luci lasciavano spesso tutto nella semioscurità, che almeno nascondeva la povertà di questo spettacolo.

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