I due mondi del Rigoletto di Martone

Verdi alla Scala diretto da Gamba

Rigoletto (Foto Brescia e Amisano)
Rigoletto (Foto Brescia e Amisano)
Recensione
classica
Teatro alla Scala, Milano
Rigoletto
20 Giugno 2022 - 11 Luglio 2022

Questa nota è redatta dopo aver assistito a una replica di Rigoletto alla Scala, diretto da Michele Gamba per la regia di Mario Martone, manca quindi il resoconto delle contestazioni avvenute alla prima del 20 giugno, che tuttavia non pare abbiano lasciato strascichi nelle recite successive, tant'è che la serata si è conclusa con applausi per tutti. A questa edizione va riconosciuto il merito d'aver voltato pagina, spazzando via le tante ragnatele depositate in palcoscenico e in orchestra che hanno condizionato le riprese dell'opera verdiana negli ultimi decenni. Rinunciando a punti di riferimento pregressi, Gamba si è misurato direttamente con la partitura e ha scelto la propria strada con una concertazione analitica, attenta ai colori, concentrata sulla tensione in palcoscenico, senza concessioni al suono elegante e manierato. Scelta che può aver irritato le orecchie dei depositari della verità verdiana, ma ha offerto molte inedite sorprese all'ascolto. Da segnalare come momenti emblematici tutta la seconda scena con l'incontro fra Rigoletto e Sparafucile, dove aleggia una densa cupezza da mettere i brividi, come pure le oasi di tenerezza create per le arie di Gilda, dai tempi lenti e curate nei minimi dettagli.

La violenta e crudele regia di Martone muove dal presupposto che la fauna dell'opera sia divisa in due, dicotomia ben rappresentata dal palazzo rotante inventato da Margherita Palli: da un lato gli appartamenti dall'ovvio lusso del riccastro (l'ex Duca di Mantova) con la sua corte, dall'altro i reietti. Questi ultimi nel libretto in realtà sarebbero due, Sparafucile e Maddalena, mentre qui sono un affollato vivaio del malaffare e della prostituzione, dove tutti vivono alle spalle del boss. Non c'è quindi lotta di classe, ma una contrapposizione fra parassiti poveri e parassiti di censo superiore, ben identificati dai costumi di Ursula Patzak. In questo pantano sociale Rigoletto (non più corruttore del re come voleva Victor Hugo, né intrattenitore di corte come previsto da Piave-Verdi) compare quale pusher dell'oligarca, colui che procura donne, droga, tutto quanto serve al vizio. C'è perfino una camera di torture erotiche. Quanto a Gilda, non è la solita mesta vittima designata, è una ragazza insofferente, che s'incapriccia del farabutto e oppone al padre i diritti dell'adolescenza.

L'intreccio si dipana con coerenza in ogni dettaglio, come per esempio la tragica figura di Monterone che uscito dal giro sopravvive da dropout fuori di testa (pur con l'autorità del Commendatore mozartiano). Nel finale Martone (per sua ammissione, ispirato dal film Parasite di Bong Joon-ho) guida i parassiti dei bassifondi a massacrare tutti gli altri, compreso il boss-duca. È proprio questa appendice apocrifa ad aver scatenato alla prima i buu dei "benpensanti" e gli applausi degli "innovatori". In verità la scena di pochi secondi, risulta posticcia, né viene preparata nel corso dell'opera, e finisce per fungere da lieto fine catartico. A differenza dello spietato "noir" senza appello previsto da Verdi, con l'impunito che seguita a godersi la vita.

Buono complessivamente il cast, con in primo piano Nadine Sierra (Gilda) dalla voce incantevole, in grado di recuperare l'eleganza del bel canto ma già con passionalità verdiana, e dotata di straordinaria presenza scenica, da un'esperta attrice di prosa. Da segnalare la naturalezza che instaura col padre a tavola nel loro primo incontro. Amartuvshin Enkhbat (Rigoletto di deformità solo interiore) è dotato di voce imponente, ma di gestualità elementare che talvolta gli fa perdere il controllo del personaggio e di scarsa fermezza nel declamato. Pietro Pretti (Duca di Mantova) ha il dono di non fare mai il tenore in scena, sicuro ed elegante di voce, affronta le arie canoniche con naturalezza, e questo gli permette di dare spessore al ruolo, solitamente condannato ad atteggiamenti da mattatore. Fabrizio Beggi è un Monterone più che autorevole, ogni suo intervento ruba la scena a tutti anche per il possente volume di voce, pur se con un eccesso di movimenti spastici. Perfido al punto giusto lo Sparafucile di Gianluca Buratto, che mima gli stereotipi della mala di basso rango, brava e bella Marina Viotti come Maddalena.

 

PS. Peccato che la miopia sindacale abbia cassato l'idea originaria di Martone di eseguire di seguito primo e secondo atto, dato che entrambi si svolgono in un solo giorno. Ne avrebbe guadagnato il ritmo generale dello spettacolo.

 

 

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