Gli Ugonotti ossia la strage che verrà

A Parigi torna l’opera di Meyerbeer dopo 82 anni di assenza in una riuscita produzione di Andreas Kriegenburg

Huguenots - Foto di Agathe-Poupeney
Foto di Agathe Poupeney
Recensione
classica
Opéra Bastille
Les Huguenots
28 Settembre 2018

Viviamo in tempi di guerre di religione e quindi prima o poi una nuova notte di San Bartolomeo tornerà: ne è convinto Andreas Kriegenburg, il regista scelto per il sospiratissimo ritorno di Les Huguenots dopo 82 anni di assenza dalle scene parigine. Certo fa un po’ di impressione leggere nel programma di sala che questa prima rappresentazione in un nuovo allestimento è la 1119esima rappresentazione all’Opéra national de Paris dal trionfale debutto sulla grande scena della Salle Le Peletier il 29 febbraio 1836 ma soprattutto sorprende che si siano aspettata l’occasione del 350° anniversario dell’Opéra per riportare in scena a Parigi uno dei suoi storici successi nonostante più di un segno di rinnovato interesse per la produzione meyerbeeriana in giro per l’Europa. Ma tant’è.

Dunque di stragi religiose che verranno racconta Kriegenburg già nell’inedito prologo di sapore vagamente houellebecqiano proiettato sul proscenio su una generosa colata di sangue: un breve passaggio dal diario di un anonimo soldato datata 23 marzo 2063, ossia in un futuro nemmeno troppo remoto. Coerentemente con questo proposito, la chiave visiva scelta coniuga monumentali scenografie ma dalle linee essenziali e dal biancore futuristico di Harald B. Thor con i costumi di fogge eterogenee ma dai molti richiami passatisti di Tanja Hoffmann. Il respiro del grande spettacolo non manca nel grande palcoscenico dell’Opéra Bastille, ma qua e là si fa notare qualche passaggio stiracchiato per tamponare il passo tranquillo di Meyebeer, qualche impaccio nei combattimenti fra opposti schieramenti con spade da samurai alla Kill Bill e anche un certo indulgere nella stilizzazione quasi coreografica e nelle deformazioni espressioniste smorza l’effetto della strage finale. Un po’ come un petardo che non scoppia per la troppa umidità.

Afflitta da abbandoni nei ruoli chiave (prima Diana Damrau annunciata per il ruolo di Marguerite di Valois e a pochi giorni dal debutto Brian Hymel l’annunciato Raoul de Nangis), la lunga locandina funziona ma non infiamma, tranne poche eccezioni. Una di queste è Lisette Oropesa, una Marguerite forse poco regale ma moltissimo coquette, spigliatissima nei complessi arabeschi vocali della lunga scena di apertura del secondo atto. Un’altra è Karine Deshayes, davvero un Urbain di lusso, che si impone fra i protagonisti della serata. Fatica un po’ invece Ermonela Jaho a lasciare un segno con la sua Valentine, decisamente sfuocata all’inizio e con maggiore densità drammatico soprattutto nel duettone con Raul del quarto atto ma non sembra il ruolo più adatto al suo peso vocale. A Yosep Kang va riconosciuto soprattutto il merito di aver salvato la produzione accettando il ruolo non facile di Raoul (che fu di Alphonse Nourrit alla prima assoluta) a pochi giorni dalla prima. Comprensibile dunque una certa tensione che forse spiega una prova piuttosto discontinua, afflitta da non pochi scivoloni negli avventurosi acuti e da una certa monotonia espressiva. Fra gli altri Florian Sempey è un riuscito Nevers e Paul Gay caratterizza bene la furia integralista di Saint-Bris. Se soffre di qualche imprecisione il protestante Marcel di Nicolas Testé, gode invece di ottima salute la pattuglia cattolica, nella quale Cyrille Dubois come Tavannes stacca François Rougier (Cossé), Michał Partyka (Méru), Tomislav Lavoie (De Retz), Patrick Bolleire (Thoré e Maurevert).

Il direttore Michele Mariotti torna alla monumentale partitura meyerbeeriana dopo l’ottima prova a Berlino e conferma la ricetta fatta di grande slancio nella monumentalità dei molti passaggi corali e di cura cameristica dei preziosismi strumentali incastonati nella partitura. Di spessore la prova dell’Orchestra de l’Opéra national de Paris ma si impone soprattutto quella del magnifico coro preparato da José Luis Basso.

Pubblico folto, lunghi applausi con solo qualche isolato dissenso a Yosep Kang e, strano a dirsi, al direttore.

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