Gli incubi di Hoffmann

Una regia ricca di idee e soprattutto molto teatrale, nonostante qualche teraggine di troppo e una bella direzione per dei Contes d'Hoffmann che hanno pienamente convinto il pubblico romano

Recensione
classica
Teatro dell'Opera Roma
Jacques Offenbach
21 Marzo 2002
Il palcoscenico è circondato da pareti nere, aperte da porte e fenditure, attraverso le quali penetrano gli incubi di Hoffmann o le luci violente che lo abbagliano. In questa scatola, simbolo della sua mente prigioniera delle ossessioni, si muove un Hoffmann laido, deforme e debosciato, sempre attaccato alla bottiglia, sempre malfermo sulle piccole gambe storte: inetto alla vita, il poeta maledetto trova di fronte a sé, in Lindorf e nelle sue successive incarnazioni, un ricco borghese maturo ma ancora affascinante, che gli ruba sempre i suoi sogni più belli. La cornice è spoglia, quasi minimalista, ma lo spettacolo di Gian Carlo Del Monaco (regia), Michael Scott (scene e costumi) e Wolfgang Zoubek (luci) trae la sua efficacia teatrale da una grande esuberanza di idee, che tutte insieme, sebbene in alcuni casi siano discutibili o restino oscure, riescono a tradurre in chiave moderna il composito gusto "secondo impero" della musica di Offenbach (o piuttosto dell'ipotetica ricostruzione che ne è stata fatta: anche l'edizione critica di Oeser, adottata in quest'occasione, non offre alcuna certezza) e allo stesso tempo immergono lo spettatore nelle atmosfere fantastiche, oniriche e sulfuree del romanticismo di Hoffmann. Faceva da perfetto contraltare a questa messa in scena l'altrettanto riuscita concertazione di Renato Palumbo, che metteva in evidenza la contaminazione tra gli stili del grand-opéra, dell'opéra-comique e dell'opéra-bouffe ma sapeva anche trovare la coerenza di un'opera in cui altre volte si erano avvertiti fastidiosamente sbalzi e lacune. Il protagonsita era Aquiles Machado, un belcantista che questa volta si è fatto ammirare anche come efficacissimo attore, pur cantando anche questa volta benissimo. Nei quattro ruoli diabolici, Ruggero Raimondi si conferma un grande animale da palcoscenico, però, nonostante l'ottima pronuncia, il suo canto è un po' all'italiana e non ha sempre la leggerezza e le nuances dello stile francese. Desiré Rancatore è un Olympia che sa divertirsi e far divertire con i suoi meccanici virtuosismi, mentre Patrizia Orciani e Dagmar Schellenberger si disimpegnano piuttosto bene in Giulietta e Antonia. Non si saprebbe immaginare un Nicklausse più in parte di Carmen Oprisanu e tra i molti personaggi minori, tutti ben realizzati, spiccavano Luca Mariano Casalin (i quattro servitori, ma specialmente Cochenille e Frantz), Mario Bolognesi (Spalanzani) e Gian Paolo Fiocchi (Crespel).

Note: nuovo all. in coproduzione con i teatri di Nizza e Siviglia

Interpreti: Machado/ Grollo, Oprisanu/ Santafé, Raimondi/ Antoniozzi, Casalin/ Bosi, Rancatore/ Kouda, Schellenberger/ Angeletti, Orciani/ Pinti, Cioppi, Caponetti/ Pasini, De Angelis, Bolognesi, Esposito/ Bellanova, Fiocchi/ Caforio

Regia: Gian Carlo Del Monaco

Scene: Michael Scott

Costumi: Michael Scott

Corpo di Ballo: Corpo di ballo del Teatro dell'Opera di Roma

Orchestra: Orchestra del Teatro dell'Opera di Roma

Direttore: Renato Palumbo

Coro: Coro del Teatro dell'Opera di Roma

Se hai letto questa recensione, ti potrebbero interessare anche

classica

Michele Vannelli propone il Giosuè di Bononcini per l’annuale incontro con l’opera barocca della rassegna Corti Chiese e Cortili

classica

Al Teatro La Fenice Gondellieder, diario veneziano dello scrittore con le canzoni da battello di Johann Adolf Hasse

classica

Al Bologna Festival un seducente concerto del cornettista Bruce Dickey, con il soprano Hana Blažíková