Gli amori datati dei tre re

Scala: delude la riproposta di Montemezzi

L'amore dei tre re (Foto Brescia e Amisano)
L'amore dei tre re (Foto Brescia e Amisano)
Recensione
classica
Teatro alla Scala, Milano
L'amore dei tre re
28 Ottobre 2023 - 12 Novembre 2023

L'opera di Italo Montemezzi, pur vantando la prima esecuzione nel 1913 con Serafin sul podio della Scala, l'anno dopo con Toscanini al Metropolitan, di nuovo alla Scala con De Sabata nel 1953, è praticamente uscita dal repertorio (ultima apparizione al Regio di Torino nel 2005). Ragion per cui la proposta della Scala è stata motivo di curiosità. L'orchestrazione di Montemezzi è senza dubbio raffinata, se ne sentono le radici wagneriane, sempre di gradevole ascolto e in alcuni passaggi sinfonici brillantemente evocativa. Come per esempio il preludio del secondo atto o l'intermezzo dopo la partenza di Manfredo, ma nel corso dell'opera si rintracciano anche Debussy e Puccini. Tutto risulta molto interessante, ma insufficiente a focalizzare una precisa identità del compositore. Mentre il canto, a parte qualche ispirata impennata alla Tristano e Isotta, si riduce a formule di stampo verista. La tensione drammatica dovrebbe reggersi sull'intensità degli interpreti, che nell'edizione scaligera è in parte mancata: Evgeny Stavinsky è un Archibaldo più che corretto, ma senza la necessaria drammatica autorevolezza del basso profondo, mentre Roman Burdenko (Manfredo) e Giorgio Berrugi (Avito) non sono andati oltre un'esibizione decorosa; brava Chiara Isotton nei panni di Flora, giovane voce emergente dal bellissimo timbro, che ha affrontato momenti impervi con disinvoltura. Tutti comunque alle prese con un testo infelice, impegolato nel decadentismo d'accatto di Sem Benelli, autore del libretto. Il regista, Àlex Ollé della Fura des Baus, gli ha fatto un grande favore attribuendogli risvolti psicologici inediti, anche se difficilmente percepibili in sala, come l'antefatto delle inconfessabili brame di Archibaldo, che avrebbe dato Fiora in sposa al figlio per possederla grazie a un'immaginaria interposta alcova. Una penellata perversa che trasforma il vecchio da campione della morale in bavoso sporcaccione. Più evidente il ritratto di Flora quale vittima della cultura maschilista, che di riflesso riduce i tre - marito, suocero, amante - a campioni del senso di possesso nei confronti della donna. L'incombente selva di catene che pendono dall'alto, ideata dallo scenografo Alfons Flores, ben simboleggia questa cultura dura a morire, che ammanta di grigio plumbeo la vita della poveretta, ma purtroppo anche tutto lo spettacolo, complici i costumi neri di Lluc Castellis, rendendolo parecchio  monotono. Il rigore monocromatico non serve nemmeno a dare profondità ai personaggi, che già all'origine risultavano figurine a due dimensioni e tali sono rimasti. Manfredo soffre di una sorta di spleen bellico, tratta la moglie da "fanciulla" e ringrazia il padre di averne conservato il candore, durante la sua assenza al fronte; Avito è più elementare, intossicato dal "veleno d'amore" canta "struggimi tutto con il fuoco tuo!" Archibaldo invece, oltre a essere cieco, lo è anche di rabbia per l'infedeltà dichiarata della nuora, tanto da strozzarla perché "impura come la notte". Da parte sua, lei fa l'allumeuse invitando Avito a baciarle la veste ricamata col bordo d'oro (nonostante sia sempre in camicia da notte penitenziale), ma mai la bocca, pronta poi a concedersi cantando stupefatta "Ahimé tu pesi come piombo! Tu mi trascini!" Un controsenso, visto che i due se l'erano già spassata a letto durante il preludio. Alla fine si viene comunque colti dalla nostalgia per le ruspanti "orme dei passi spietati" e il "raggio lunar del miele" di Antonio Somma!

 Dette queste malignità, va riconosciuto l'impegno dimostrato dal direttore Pinchas Steinberg, con una lunga esperienza dell'Amore dei tre re pur se in forma di concerto, che ha saputo controllare con estrema precisione l'organico, come anche l'ottima prova del coro scaligero diretto da Alberto Malazzi e delle Voci Bianche dirette da Bruno Casoni, che nel terzo atto hanno riscattato lo spettacolo.

Applausi per tutti a fine serata (questa nota è stata redatta dopo la seconda replica del 3 novembre), col rammarico che la Scala avrebbe fatto meglio a ripescare nel calderone dei dimenticati qualche titolo più meritorio e a dedicare la diretta di Radio3 al recente e ottimo Peter Grimes invece che al modesto Montemezzi.

 

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