Giulio Cesare celebra ancora il suo trionfo a Roma

Il capolavoro di Händel all’Opera con la direzione di Alessandrini e la regia di Michieletto

Giulio Cesare in Egitto (Foto Fabrizio Sansoni)
Giulio Cesare in Egitto (Foto Fabrizio Sansoni)
Recensione
classica
Roma, Teatro dell’Opera
Giulio Cesare in Egitto
13 Ottobre 2023 - 21 Ottobre 2023

Uno spettacolo come questo Giulio Cesare in Egitto di Händel al Teatro dell’Opera di Roma mette il recensore in imbarazzo, perché dovrebbe riempire la pagina di elogi per tutti e questo sarebbe stucchevole. Quindi cominciamo col dire che pare che non sia piaciuto proprio a tutti, infatti una signora si è alzata durante la prima parte e ha voluto comunicare ad alta voce a tutti che se ne andava perché l’opera non era di suo gradimento.

Il maggior responsabile di questa bellssima serata è ovviamente Händel. Il Giulio Cesare fu la prima sua opera a tornare dopo un lungo oblio sui palcoscenici già nella prima metà del Novecento e resta a mio giudizio il capolavoro del più grande autore di opere italiane della prima metà del Settecento, l’unico che riesca a fare dei protagonisti delle sue opere dei veri personaggi, che possono anche essere contradditori e incoerenti, com’è nella vita, ma hanno una loro personalità, non sono dei manichini. Ogni aria è un gioiello musicale anche presa isolatamente, però acquista il suo pieno valore espressivo nel contesto dell’opera, a differenza di quel che avviene nelle opere di quasi tutti gli altri compositori dell’epoca in cui ogni aria è a sé stante.

La presenza di Rinaldo Alessandrini sul podio è fondamentale per mettere in luce tutte le bellezze di quest’opera. Fin dalle introduzioni orchestrali, talvolta molto ampie, individua la tinta drammatica di ognuna delle innumerevoli (nonostante alcune siano state tagliate) e sempre meravigliose arie e ne mette perfettamente in luce il valore musicale e il contenuto espressivo. L’amore per le voci è evidente nel suo modo assolutamente ideale di accompagnare i cantanti: l’orchestra è sempre presente e allo stesso tempo discreta, lasciando il primo piano alla voce, senza però che vada perso un solo dettaglio dell’orchestrazione, molto ricca per quei tempi, perfino maestosa. Con Alessandrini l’orchestra canta con la voce e continua a cantare anche quando la voce ha una pausa, creando così una linea melodica ininterrotta.  

L’orchestra del Teatro dell’Opera ha poca o nessuna pratica della musica cosiddetta barocca, quindi gli intransigenti della filologia rimpiangeranno le corde di budello, l’assenza di vibrato e il fraseggio corto. Ma suona inappuntabilmente. Ottimo l’insieme e ottime le prime parti nelle numerose arie con strumenti obbligati: meriterebbero tutti la citazione, ma dobbiamo limitarci alla spalla Vincenzo Bolognese, in particolare per i virtuosistici ‘solo’ di “Se fiorito, ameno prato”, e al primo corno Carmine Pinto, per l’agilità, il suono morbido e puro e l’intonazione perfetta nell’aria di caccia “Va tacito e nascosto”.

Cast vocale da sogno. Raffaele Pe nel ruolo del titolo è impeccabile, tranne – a voler essere proprio pignoli – qualche acuto un po’ sforzato all’inizio, probabilmente perché la voce non si era ancora scaldata o per il comprensibile nervosismo del debutto. Infatti poi sale al registro acuto con grande facilità e morbidezza. Niente vibrato, come vuole lo stile dell’epoca, ma tante piccole ‘messe di voce’ che evitano suoni fissi e danno anima alle note. La sua tecnica è perfetta e non è usata per insopportabili esibizioni virtuosistiche ma per offrire un’interpretazione molto acuta di questo complesso personaggio. E i recitativi sono da dieci e lode. Tolomeo era Carlo Vistoli, un altro controtenore che eccelle per perfezione tecnica, eleganza stilistica e capacità di creare un personaggio complesso e sfaccettato almeno quanto Cesare. In più riesce a far sembrare naturale la voce di controtenore, che in realtà è una costruzione totalmente artificiosa. Questo riesce, ma non allo stesso grado di perfezione, anche al giovane e più che promettente statunitense Aryeh Nussbaum Cohen, che tratteggia efficacemente la progressiva crescita di Sesto da giovinetto, timoroso e sgomento alla notizia dell’uccisione del padre, ad adulto, deciso e vigoroso, degno figlio di Pompeo Magno.

La britannica Mary Bevan incarna con ottima tecnica e timbro luminoso e puro una Cleopatra fascinosa ed elegante, che non punta sulla seduzione spicciola ma calcola le sue mosse con intelligenza e non dimentica mai di essere una regina, anche quando si traveste da ancella. Ed è anche drammatica e nobilmente patetica in “Se pietà di me non senti” e in “Piangerò la sorte mia”, l’aria più famosa del Giulio Cesare, sebbene tante altre di quest’opera non siano da meno. Per Cornelia, moglie di Pompeo Magno e madre di Sesto, Händel ha scritto una serie di arie (e uno splendido duetto col figlio) sul tema del dolore e del lutto per la morte del marito, come a voler dimostrare di essere perfettamente in grado di trattare in modo sempre diverso lo stesso affetto, senza ripetizioni e monotonia: vi riesce magnificamente, conquistando con ogni aria il cuore degli ascoltatori. Merito anche della sublime interpretazione di Sara Mingardo, della sua profonda intensità d’espressione e del suo controllo assoluto di ogni minima inflessione della voce.

Molto bene anche il basso Rocco Cavalluzzi nel ruolo minore ma non troppo di Achilla: avrebbe tre arie ma gliene è stata lasciato una sola, che sembrerebbe essere stata scritta da Händel con la mano sinistra. Completano adeguatamente il cast il quarto controtenore Angelo Giordano e il basso Patrizio La Placa, rispettivamente Nireno e Curio.

In teoria si potrebbe considerare superfluo tutto quel che un regista di oggi può ideare, perché in opere come queste una regia non era nemmeno contemplata e i registi non esistevano. Semmai erano i prodigiosi cambi di scena a tener desta l’attenzione degli spettatori, ma tornare a quei tempi è impossibile, se non altro per i costi. Le scene di Paolo Fantin sono invece semplicissime, non suscitano “ooohhh” di stupore, ma sono perfettamente funzionali. E i costumi settecenteschi indossati all’epoca di Händel anche dai personaggi antichi delle opere sono coerentemente sostituiti da Agostino Cavalca con vestiti moderni.

Che la regia, oggi, sia diventata un aspetto fondamentale di una produzione operistica lo dimostra Damiano Michieletto, che riesce nell’apparentemente impossibile impresa di rendere teatrale una vicenda che più che svilupparsi si avvita su sé stessa e si arena nel groviglio di artificiose complicazioni inventate dal librettista Haym, che vorrebbero essere dei coup de thèâtre e forse lo erano per il pubblico dell’epoca, ma non per quello attuale. Michieletto innanzitutto riesce a differenziare i personaggi con una recitazione che può essere nervosa e goffa per alcuni personaggi (Cesare e Tolomeo) e sobria e nobile per altri (Cornelia) ma sempre coglie il carattere del personaggio. E inventa dei personaggi (ovviamente muti) cha non erano stati nemmeno previsti da Haym e Händel: sono le tre Parche e il fantasma di Pompeo, che Michieletto fa apparire in molte scene e diventano in un certo senso i Leitomotiv che danno unità alla frammentaria vicenda. Le Parche rappresentano col loro filo rosso la vita di Pompeo spezzata da Tolomeo, l’evento che è all’origine di tutto quel che accade in quest’opera. Alla fine quel filo ci ricorda che anche Cesare e Cleopatra andranno presto incontro ad una tragica fine. Il fantasma di Pompeo perpetua il lutto di Cornelia e di Sesto, il nobile sdegno di Cesare e la doppiezza di Tolomeo, ma al momento del lieto fine diventa una statua marmorea, perché a quel punto il suo assassinio appartiene ad un passato ormai archiviato e non costituisce più un problema per nessuno.

Grande e meritatissimo successo.

 

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