Firenze terra del Belcanto

Un festival che riscopre pagine dimenticate

Recensione
classica
Il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino è di nuovo nell'occhio del ciclone. Le riassunzioni del personale licenziato e precario imposte dai giudici (ne abbiamo dato notizia a suo tempo) o, in alternativa, gli onerosi risarcimenti, riportano i conti in rosso, imponendo, a dire del sovrintendente Francesco Bianchi, un nuovo piano di licenziamenti di una trentina di persone. Si può o non si può chiedere conto a chi ha fatto quei licenziamenti in fretta, con leggerezza e senza adeguata conoscenza della materia ? A quanto pare no... Intanto, accusano le sigle sindacali, questo teatro che annaspa per non affogare ha uno degli staff dirigenti più costosi d'Italia, e non è così che si verrà fuori da una situazione che comunque, e non solo a Firenze, sembra perversamente e scientemente congegnata per affondare, e non per salvare, i teatri in difficoltà. Vedi, in particolare, il peggioramento in questo senso che il decreto Franceschini ha introdotto rispetto alla legge Bray, da cui questo teatro si era ripromesso una difficile ma non impossibile salvezza. In attesa di cambiamenti nella direzione giusta – ma non ci speriamo nel breve termine - passiamo finalmente alle note positive: il piccolo ma prezioso Festival del Belcanto della scorsa settimana, a ridosso della Semiramide di cui si è già raccontato, ha avuto un successo probabilmente superiore alle aspettative. Le rarità o quasi di Rossini, Bellini, Donizetti e dintorni hanno appassionato il pubblico. Che si riesca a progettare, a reinventarsi percorsi coerenti e soluzioni apprezzabili, quasi a braccio, a dispetto delle oramai frequenti cancellazioni e sostituzioni che sono la norma nei teatri in crisi, a dispetto di tutto, è un segnale positivo che indica che qui c'è ancora qualcuno che sa fare il suo lavoro.

Intanto la donizettiana Rosmonda d'Inghilterra su libretto di Felice Romani, in forma di concerto, con la direzione di Sebastiano Rolli, per ben tre recite (9, 12, 15 ottobre), anticipando l'esecuzione in forma scenica che avrà luogo al Festival Donizetti di Bergamo con cui questa Rosmonda è coprodotta. L'Opera di Firenze si è assicurata così una legittima prima italiana in tempi moderni, anche se in forma di concerto, di un'opera nata proprio a Firenze, alla Pergola, nel febbraio 1834, con Fanny Tacchinardi Persiani protagonista e Gilbert Duprez come Enrico. Jessica Pratt era qui la fanciulla amata da re Enrico II e trascinata suo malgrado nelle trame oscure del potere, un ruolo che ci è sembrato ideale per la sua vocalità fiorente e luminosa ben più di una Semiramide, ma soprattutto colpiva il finale cruentissimo con l'antagonista Eleonora d'Aquitania (Eva Mei) che trapassa con la spada la sventurata rivale. Un fosco clima nordico che ci addita la Lucia che oramai è dietro l'angolo, con il canone belcantistico che si sta trasformando in qualcosa d'altro, di più crudo.

Poi, non poteva mancare Manuel Garcìa, il grande tenore e didatta, primo Almaviva per Rossini, padre di Maria Malibran e Pauline Viardot, e così si sono replicate a Firenze nel piccolo Teatro Goldoni (13, 15, 16, 18 ottobre) le sue Cinesi già proposte in forma scenica al Festival Rossini in Wildbad, con un giovane e ottimo cast, fatto in gran parte con i cantanti passati per l'Accademia di Canto presieduta da Gianni Tangucci all'Opera di Firenze. Garcìa aveva lasciato le scene per dedicarsi all'insegnamento quando nel 1831 creò questa cantata con pianoforte per i suoi allievi, andando a ripescare il libretto del grande Metastasio già musicato da Gluck e Caldara. Dunque, tre cinesine confinate nel gineceo si annoiano, ma un cugino di ritorno dal suo tour di istruzione le informa sulla maggior libertà delle donne in Europa e le incoraggia a mettere su delle scene e arie, tanto per giocare all'opera. L'oggetto vero è dunque non esotico bensì metateatrale, l'agone fra i tre stili ossia il grande tragico, il comico e l'intermedio genere sentimentale- pastorale, ciò che nel Settecento aveva certamente un senso, ma non nel 1831, se non per valorizzare i diversi talenti degli allievi. Infatti l'invenzione musicale è fragilissima, legata ad un'attardata imitazione del Rossini anni '10, però i quattro giovani interpreti (Francesca Longari, Giada Frasconi, Ana Victoria Pitts e Patrick Kabongo Mubenga, al pianoforte c'era Michele D'Elia) sono talmente bravi vocalmente e scenicamente che ci si augura in futuro di vederli usati in qualcosa di più consistente.

Ed ora i concerti, a partire dal recital di Chris Merritt accompagnato al pianoforte da Beatrice Benzi (10 ottobre). Il cantante americano ha profuso la rendita di una scienza belcantistica di consolidata e quarantennale durata, e ha costruito il suo programma su un ben ragionato dosaggio di arie antiche (Scarlatti, Gluck, Bononcini, Legrenzi, Durante), a giusta sottolineatura delle matrici settecentesche del Belcanto, e vocalità da camera rossiniana (Soirées, Péchés), belliniana e donizettiana, versioni più domestiche del Belcanto teatrale, di cui lo straordinario concerto di Michael Spyres (che era anche Enrico in Rosmonda) con l'orchestra e coro del Maggio diretti dall'esperto rossiniano David Parry (11 ottobre) mostrava la grandiosità e gli ardimenti. Si seguivano qui le tracce della carriera di Andrea Nozzari, una delle voci più prestigiose della compagnia del San Carlo messa su da Domenico Barbaja negli anni napoletani di Rossini. Attraverso i ruoli legati a questo cantante (in Otello, Elisabetta regina d'Inghilterra, Zelmira, Ermione, La donna del lago, Ricciardo e Zoraide), e alla sua vocalità di baritenore centrato sul registro medio-basso ma capace di aggredire i sovracuti più astrali con l'ancora imperante vocalità di testa, abbiamo potuto riscoprire una versione originale e estrema della vocalità belcantistica più spettacolare, quasi un musico settecentesco rimodulato sulle nuove necessità espressive del Rossini napoletano. Con tutte le sue diverse ipotesi e direzioni di sviluppo: dalle premonizioni romantiche di Elisabetta regina d'Inghilterra, con la scena e aria di Leicester introdotta da una bellissima e palpitante introduzione sinfonica che non sfigurerebbe nel Tell, al plastico neoclassicismo di Ermione, a tutte le situazioni in cui l'interazione orchestra-solista-coro crea strutture originali, tra post-gluckismo e istanze preromantiche. Ma ciò che ci ha esaltato più di tutto nel concerto di Spyres è stata la restituzione di Rodrigo della Donna del Lago, forse la più bella delle opere napoletane di Rossini, alla sua dimensione belcantistica più brillante e spericolata, qualcosa che nelle altre esecuzioni che ci è capitato di ascoltare dal vivo non aveva davvero lo stesso risalto. Spyres fa realmente del suo Rodrigo un rivale sotto tutti gli aspetti del fioritissimo Giacomo, ruolo pensato da Rossini per il primo tenore David. Era poi una festa del belcanto dallo scontato successo il concerto di Jessica Pratt con Shalva Mukeria tenore e l'orchestra diretta da Fabrizio Maria Carminati (14 ottobre), costruita su pagine belliniane e donizettiane di sicuro richiamo per il grande pubblico, fino a “Verranno a te sull'aure”, ma punteggiata di pagine più rare.

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