Falstaff, burle urbane dietro l’Union Jack

L’ultima opera verdiana tra stravaganze pop, molto brio e qualche ombra chiude al Teatro Filarmonico la prima parte della stagione lirica veronese prima dell’estate in Arena

SN

30 marzo 2026 • 3 minuti di lettura

Falstaff (Ennevi Foto)
Falstaff (Ennevi Foto)

Verona, Teatro Filarmonico

Falstaff

22/03/2026 - 29/03/2026

Con Falstaff, ultimo capolavoro di Giuseppe Verdi, la Fondazione Arena di Verona chiude la prima parte della stagione al Teatro Filarmonico, prima di volgere lo sguardo e le energie all’imminente stagione estiva in Arena. Congedo emblematico con un’opera che, nel 1893, sigilla la carriera del compositore con un sorriso disincantato, quasi una risata filosofica sul mondo e sull’uomo con una libertà e una sapienza teatrale assolute, sostenuto dal libretto finissimo di Arrigo Boito. Un teatro “di conversazione” molto moderno, in cui il fluire musicale continuo e il contrappunto orchestrale sostituiscono i numeri chiusi, e dove la celebre fuga finale suggella l’idea che “tutto nel mondo è burla”. 

L’allestimento visto al Teatro Filarmonico è quello firmato da Jacopo Spirei per il recente Festival Verdi di Parma, tutto sviluppato coerentemente in questa direzione di leggerezza e dinamismo. La scena di Nikolaus Webern, articolata tra la stanza di Falstaff e una strada di Windsor incorniciata da edifici a due piani, entrambe fortemente inclinate quasi a voler rendere visibile la precarietà del mondo di Falstaff, è celata da un sipario con l’Union Jack che dichiara subito l’ambientazione in un’Inghilterra contemporanea addolcita dai toni pastellati. I costumi di Silvia Aymonino insistono su un gusto “british” low class, efficace nel delineare un microcosmo popolare e ironico. Meno convincente la scelta di ambientare anche la scena notturna dell’ultimo atto in questo spazio urbano: la mancanza di una dimensione realmente boschiva – senza la quercia di Herne a far da perno al gioco di travestimenti e disvelamenti – attenua la componente magica e sospesa della tregenda finale, nonostante il vivace e psichedelico, disegno luci di Fiammetta Baldiserri. Spirei conduce comunque lo spettacolo con mano leggera e tempi teatrali ben calibrati, anche se nei due finali d’atto una certa concitazione sfocia in una lieve confusione. 

Sul piano musicale, la compagnia di canto si distingue per solidità e coesione. Marco Filippo Romano, al debutto nel ruolo del titolo, evita ogni eccesso caricaturale e costruisce un Falstaff di misurata buffoneria, più umano che grottesco, ben saldo vocalmente e sempre presente scenicamente. Accanto a lui, Luca Micheletti offre un Ford di notevole spessore: voce robusta, accento incisivo e un’interpretazione attoriale che lo rende autentico coprotagonista della vicenda. Il terzetto delle comari – Marta Mari (Alice), Marianna Mappa (Meg) e Anna Maria Chiuri (Quickly) – si affida a voci sicure e ben amalgamate, anche se si potrebbe desiderare maggiore brio complessivo. Piace la coppia dei giovani: Vittoriana De Amicis disegna una Nannetta delicata e rifinita, mentre Marco Ciaponi tratteggia un Fenton “leather” in kilt e stivali efficace e stilisticamente a fuoco. Ben inseriti i caratteristi Blagoj Nacoski (Dr. Cajus) e Mariano Buccino (Pistola), con menzione particolare per il Bardolfo di Matteo Macchioni, spigliato e preciso. 

Dal podio, Giuseppe Grazioli imprime una lettura brillante, dai tempi spediti e teatrali, valorizzando il lato comico e la vivacità dell’orchestrazione verdiana. Se talvolta la complessità del tessuto contrappuntistico verdiano perde un poco di trasparenza, resta comunque evidente la cura del dettaglio e del disegno strumentale. Buona la prova dell’Orchestra della Fondazione Arena di Verona, così come adeguato il contributo del Coro areniano preparato da Roberto Gabbiani.

Alla terza recita il pubblico, numeroso, ha accolto lo spettacolo con calore e applausi convinti.