Due grandi voci per lo Stabat Mater dell'Osn Rai

Torino: Gianfaldoni e Molinari per Pergolesi diretto da Orozco Estrada

Stabat Mater (Foto DocServizi-SergioBertani/OSNRai)
Stabat Mater (Foto DocServizi-SergioBertani/OSNRai)
Recensione
classica
Auditorium Rai Toscanini, Torino
Stabat Mater di Pergolesi
29 Marzo 2024

In apertura del Concerto di Pasqua del 29 marzo all’Auditorium della Rai di Torino si è eseguito lo Stabat Mater di Pergolesi, saldo da tre secoli sull’olimpo dei capolavori nonché tradizionale proposta di repertorio per il Venerdì Santo.

«Certo che un canto così è proprio distensore» è una frase carpita origliando una signora del pubblico utile a introdurre Giuliana Gianfaldoni soprano e Cecilia Molinari mezzosoprano, due che sembravano una, tanto il timbro di una si fondeva in quello dell’altra. Distensore il canto lo era: sentire Gianfaldoni legare l’ultimo «dum emisit spiritum» alla fine del «Vidit suum» era come distendere la mano sulla superficie di un marmo lucente. Di Cecilia Molinari posso raccontare, se mi è consentito, un episodio personale. Una vita fa mi è capitato di fare l’assistente dell’assistente alla regia di un Barbiere di Siviglia dove Rosina era lei. Alla fine della prima sentii il regista dire «Voglio fondare un fan club di Cecilia Molinari!» perché sapeva quanto raro sia trovare una cantante che con la voce recita e non solo vocalizza (peraltro impeccabilmente). Come ha articolato il «mortem» che rima con «Fac ut portem» è uno dei mille dettagli indescrivibili.

La cifra delle cantanti era una classicità senza tempo. Quella di Andrés Orozco-Estrada, direttore dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, sembrava invece evitare l’amalgama orchestrale e sforzarsi di sbalzare con strappi e accenti e affondi questa o quella sezione degli archi: momenti come il «Quae moerebat» ne uscivano danzanti, ma le aperture melodiche non respiravano granché. Così anche per la Pastorale di Beethoven nella seconda parte del concerto, a orchestra rimpolpata. Precisione ritmica marcata a furia di morsi alla corda, ma a discapito della scorrevolezza. I legni nel primo movimento erano quasi inudibili, soverchiati dalla massa d’archi: forse l’interpretazione è che coi loro guizzi fanno troppo pittura e poco espressione di sentimenti e insomma i versi degli uccellini devi cercarli dentro di te. (In compenso l’ottavino nel Temporale perforava il perforabile). Agli applausi l’orchestra si è dimostrata calorosa col suo direttore, altrettanto il pubblico.

Se hai letto questa recensione, ti potrebbero interessare anche

classica

I poco noti mottetti e i semisconosciuti versetti diretti da Flavio Colusso a Sant’Apollinare, dove Carissimi fu maestro di cappella per quasi mezzo secolo

classica

Arte concert propone l’opera Melancholia di Mikael Karlsson tratta dal film omonimo di Lars von Trier presentata con successo a Stoccolma nello scorso autunno

classica

Piace l’allestimento di McVicar, ottimo il mezzosoprano Lea Desandre