Dopo 350 anni L’Empio punito torna a Roma

La rara opera di Alessandro Melani, un capolavoro del barocco sorprendentemente moderno, ha inaugurato il Reate Festival, che l’ha portata anche a Roma per la prima volta in epoca moderna

L’Empio punito
L’Empio punito
Recensione
classica
Roma, Teatro di Villa Torlonia
L’Empio punito
28 Settembre 2019 - 06 Ottobre 2019

È una curiosa coincidenza che negli stessi giorni a Roma vengano rappresentati all’Opera il Don Giovanni  di Mozart e al Teatro di Villa Torlonia nell’ambito del Reate Festival (con la collaborazione dell’Opera stessa, dell’Accademia Filarmonica Romana e del Teatro di Roma) L’Empio punito  con musica di Alessandro Melani su libretto di Filippo Acciaiuoli, forse in collaborazione con Giovanni Filippo Apolloni, ricavato dal Burlador de Sevilla. L’opera di Melani - rappresentata nel carnevale del 1669 nel teatro privato dei Colonna a Roma - è dunque la prima derivata da quel dramma spagnolo, attribuito tradizionalmente a Tirso de Molina, a cui anche Da Ponte avrebbe poi attinto per il suo libretto destinato a Mozart. In realtà è improbabile che Da Ponte conoscesse direttamente El Burlador de Sevilla, mentre forse aveva nella sua personale raccolta di vecchi libretti - che costituiva uno dei ferri del mestiere dei librettisti italiani dell’epoca - il testo di Apolloni, perché alcuni versi tornano quasi identici nelle due opere. Insomma un sottile fil rouge  collega l’opera di Melani a quella di Mozart, quindi il confronto viene spontaneo e inevitabile, ma in realtà è impossibile. Non tanto perché quello di Mozart è un capolavoro irraggiungibile, senza paragoni, ma perché i centovent’anni intercorsi rendono le due opere profondamente diverse nella concezione e nella struttura stesse che ne sono alle base. 

L’opera di Melani è fatta di una miriade di arie e duetti brevi o brevissimi, che si innestano senza “tagliente divario” in un recitativo tutt’altro che secco ma anzi mosso, plastico, espressivo, erede alla lontana del recitar cantando. Quindi ha una dinamicità e una teatralità straordinarie, le situazioni sono in continua evoluzione e i personaggi hanno appena il tempo di soffermarsi ad esprimere i loro “affetti” in maniera stringata ma efficacissima e già si passa ad altro.

Sembrerebbe che gli autori solo progressivamente si siano resi conto di quale straordinario dramma avessero tra le mani, perché inizialmente si soffermano spesso su massime moraleggianti e paragoni barocchi, le une e gli altri privi di mordente drammatico, col risultato che anche la musica procede a fatica. Ma questo solo per il primo quarto d’ora, poi testo e musica cambiano entrambi ritmo e, come si legge nelle note di regia di Cesare Scarton, questo dramma per musica diventa “una vorticosa giostra della vita”. Allora le vuote sentenze moraleggianti lasciano spazio ad una amoralità che non ci si aspetterebbe in un’opera destinata ad un pubblico composto da alti prelati e da grandi aristocratici che vivevano anch’essi all’ombra della Chiesa. Questa amoralità – che, come dice ancora il regista, frantuma ogni regole e manda in pezzi “l’immagine che rifletteva un mondo dotato di propria apparente coerenza, logica e armonia” - va ben più in profondità delle audaci e non troppo velate allusioni sessuali messe in bocca ai personaggi popolari, che danno vita a scene comiche veramente irresistibili. Don Giovanni – che qui si chiama Acrimante – si muove in continuazione tra questi due registri, il tragico e il comico, facendosi beffe delle regole teatrali come di quelle sociali, morali e religiose. La sua amoralità è tale che anche quando finisce all’inferno non solo non si pente ma anzi seduce Proserpina stessa: questa sua prima discesa agl’inferi è in realtà solo un sogno premonitore – una delle tante idee escogitate dagli autori per creare sempre nuove situazioni teatrali – ma alla fine Acrimante sprofonda davvero sottoterra, trascinatovi dalla statua di Tidemo alias  il Commendatore.

Indubbiamente l’Empio punito  è una vertice dell’opera del Seicento e si rivela ancora viva e attuale, indubbiamente anche perché la nostra è un’epoca barocca. Ma bisognerebbe anche capire quanto i cospicui tagli abbiano contribuito a rendere questa edizione più consona alle moderne concezioni drammaturgiche di quanto sia la versione originale. 

Diretto da Alessandro Quarta il Reate Festival Baroque Ensemble ha ben realizzato la parte strumentale, che nonostante la semplicità - due parti per violino più il basso continuo – è spesso molto incisiva. Ma il principale lavoro del direttore deve essere stato la concertazione del folto cast, mostratosi totalmente all’altezza del compito, che non presenta particolari difficoltà vocali ma richiede grande attenzione allo stile. Mauro Borgioni è stato un Acrimante vocalmente e scenicamente molto prorompente, ma senza uscire dai binari: che fosse un baritono invece di un castrato sopranista ha però cambiato radicalmente la natura del protagonista e i suoi equilibri con gli altri personaggi. Non è per sbrigarcela facilmente che accomuniamo gli altri sotto un generale “bravi tutti”, ma perché era proprio così. I personaggi nobili erano Alessandro Ravasio, Michela Guarrera, Carlotta Colombo e Sabrina Cortese. La coppia dei popolani era formata da Giacomo Nanni, che era Bibi = Leporello, e da Alessio Tosi, nelle vesti femminili di Delfa, personaggio che non ha un equivalente nell’opera mozartiana: le loro scene comiche facevano scoppiare in risate tutto il teatro. Riccardo Pisani, Luca Cervoni, Maria Elena Papi e Guglielmo Buonsanti hanno mostrato grande duttilità vocale e trasformismo scenico nel ricoprire ognuno vari ruoli.   

Fondamentale per l’ottimo esito dello spettacolo era la regia di Cesare Scarton, con le scene di Michele Della Cioppa e i costumi di Anna Biagiotti, che hanno ambientato L’Empio punito  nella prima metà del secolo scorso, quindi in un’epoca moderna ma comunque ormai lontana nel tempo, eliminando l’assolutamente improbabile ambientazione nella Grecia classica dell’originale. Una volta tanto, tale scelta non andava affatto in direzione di uno stravolgimento della natura dell’opera e il perfetto bilanciamento tra testo, musica e scena che ne costituisce il principale – e modernissimo – carattere era totalmente salvaguardato.  

 

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