Da Puskin a Cajkovskij

Roma: Evgenij Onegin diretto da Conlon e con la regia creata da Robert Carsen nel 1997 per il Metropolitan di New York 

Evgenij Onegin (Foto Yasuko Kageyama)
Evgenij Onegin (Foto Yasuko Kageyama)
Recensione
classica
Roma – Teatro dell’Opera
Evgenij Onegin
18 Febbraio 2020 - 29 Febbraio 2020

La serata è iniziata con un affettuoso applauso alla memoria di Mirella Freni, che fu una magnifica protagonista dell’ Evgenij Onegin nel 2001, ultima sua apparizione sul palcoscenico dell’Opera . Nell’intervallo standing ovation per Senatrice Segre, presente in sala. E applausi agli interpreti durante tutto lo spettacolo, particolarmente intensi alla fine.

L’allestimento - firmato da Robert Carsen per la regia, ora riprodotta da Peter McClintock, da Michael Levine per le scene e i costumi, da Jean Kalman per le luci e da Serge Bennathan per le coreografie - risale al 1997 ma non è affatto invecchiato e dimostra i suoi anni solo per l’assenza di quelle forzature che affliggono tanti spettacoli d’opera odierni. Carsen rende alla perfezione lo spirito dell’Evgenij Onegin e, senza soffersi sui dettagli “caratteristici” dell’ambientazione russa, punta al cuore dei personaggi del romanzo in versi di Puškin, che nel 1879 Čajkovski rilesse già presentendo Čechov e immergendolo in atmosfere nostalgiche per le vite irrealizzate, gli amori non vissuti e la felicità sfuggita tra le dita.

Le luci sono un aspetto fondamentale di quest’allestimento. Il palcoscenico quasi completamente vuoto (ora un tavolo, ora un letto, ora qualche sedia, nient’altro) è delimitato da tre altissime pareti prive di aperture, apparentemente neutre, ma che vivono grazie alle luci in cui sono immerse nei diversi quadri: luci ora autunnali su un tappeto di foglie morte, ora notturne con un azzurro terso su cui si staglia una falce di luna argentea, ora nebbiose come una gelida alba russa. La recitazione di tutti, dai protagonisti al coro e alle comparse, è curatissima e ogni minimo gesto mette in luce  la scissione tra il desiderio di vivere dei protagonisti e i loro sentimenti appassionati condannati ad appassire.

Maria Bayankina è Tatjana, ottima nei duettini con Olga e Filippevna nelle prime due scene, perfettamente in parte – grazie anche alla presenza scenica e al portamento principesco – nell’ultimo atto, ma non ideale nella scena della lettera, uno dei grandi momenti dell’opera russa e di tutta l’opera del secondo Ottocento, dove è trattenuta da un timbro vocale che non le consente una sufficiente tavolozza di inflessioni e sfumature. L’italo-albanese Saimir Pirgu porta in Lenskij l’àplomb dei suoi inizi mozartiani e l’intensità dei suoi Verdi attuali: ottimo. Proviene da Mozart anche Markus Werba, un Evgenij Onegin assolutamente perfetto, sia quando è un giovane blasé e scettico, sia quando incappa anch’egli nell’amore e perde il suo distacco: bravo come cantante e anche come attore, per come – sicuramente grazie alle indicazioni di Carsen - mette sottilmente in evidenza tutta la vuota presunzione e la profonda antipatia del personaggio. John Relyea, che interpreta Gremin, è invece un wagneriano, ma anch’egli in quest’occasione si è trasformato in un ciajkovskijano doc. Molto bene Yulia Matochkina e Anna Viktorova, rispettivamente Olga e Filippevna. Una menzione speciale ad Andrea Giovannini nel cameo del patetico, antiquato e fondamentalmente ridicolo poetastro francese Triquet. E un elogio particolare al coro e al suo Maestro Roberto Gabbiani.

James Conlon ha diretto benissimo e benissimo gli ha risposto l’orchestra. Ma questo è teatro e quindi si poteva e si doveva cercare una superiore coesione espressiva tra orchestra e palcoscenico, un maggior scavo nella psiche dei personaggi, una migliore definizione delle atmosfere e delle situazioni.

 

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