Con Händel il Tempo danza

A Venezia il coreografo Saburo Teshigawara mette in scena “Il trionfo del Tempo e del Disinganno” di Georg Friedrich Händel per la stagione del Teatro la Fenice

Il trionfo del tempo e del disinganno (Foto Michele Crosera)
Il trionfo del tempo e del disinganno (Foto Michele Crosera)
Recensione
classica
Venezia, Teatro Malibran
Il trionfo del tempo e del disinganno
25 Maggio 2023 - 03 Giugno 2023

Messo da parte il tradizionale appuntamento di stagione con il teatro musicale vivaldiano (è annunciata comunque una ripresa in settembre dell’Orlando furioso del 2018), quest’anno la produzione barocca del Teatro La Fenice al Teatro Malibran parla la lingua del giovane Händel. Per la prima volta a Venezia arriva Il trionfo del Tempo e del Disinganno, oratorio in due parti su testo del cardinale Benedetto Pamphili, composto e rappresentato a Roma nel 1707. La storia è nota: la Bellezza è combattuta fra le lusinghe del Piacere, che le promette l’eterna giovinezza, e i severi moniti del Tempo e soprattutto del Disinganno, che le ricordano come i piaceri terreni siano transitori. La contesa continua senza esclusione di colpi finché non cade la maschera ingannevole del Piacere e la Bellezza apre il proprio cuore all’Eterno.

Il nuovo allestimento al Teatro Malibran è firmato da Saburo Teshigawara, Leone d’oro alla carriera della Biennale Danza 2022. Lontano da ogni lettura religiosa o moralistica, il coreografo giapponese presenta la sua personale versione dell’oratorio händeliano come una coreografia costruita su immagini ad alta intensità poetica, che suggeriscono un percorso esistenziale alla ricerca di un senso più profondo della nostra umanità. Lo spazio scenico è spoglio e abitato solo da quattro strutture cubiche definite da semplici profili, mosse a vista, che definiscono lo spazio dell’azione nella scena vuota. L’alfabeto scenico scelto da Teshigawara per questo Händel è fatto di pochi segni ma dalla forte valenza simbolica. Unica concessione al decorativo sono i costumi, disegnati, come il sofisticato disegno luci, dallo stesso Teshigawara: la Bellezza veste di bianco, di nero invece vestono il Tempo e il Disinganno, mentre solo al Piacere, ovviamente, è concessa l’unica variazione cromatica e un panneggio più morbido nel disegno, in contrasto con le linee più austere degli altri.

Altrettanto rigorosa è la direzione scenica: ai quattro interpreti vocali, ai quali è prescritto un preciso e minimale codice gestuale che non interferisce col canto, sono accostati i movimenti coreutici di quattro danzatori (la “musica visibile”, secondo il coreografo), fra i quali lo stesso Teshigawara (è lui il Tempo vestito di nero che inesorabilmente torna a ricordarci la caducità di tutte le cose) e la sua storica collaboratrice e “musa” Rihoko Sato, trattati talora come doppi nella rappresentazione degli scontri fra i personaggi-simbolo dell’azione scenica, talora come interlocutori muti nei momenti più introspettivi dell’oratorio. Particolarmente suggestiva è l’immagine finale con la quasi preghiera della Bellezza al “ministro eletto del Cielo” davanti all’immagine incanutita del suo doppio, del tutto differente da quella restituita dal “fido specchio” nell’aria di apertura, ma elevato (anche fisicamente) a una condizione spirituale superiore come manifestano gli assorti movimenti su uno dei lati del cubo in bilico su quattro sedie, plastica immagine della fragilità della condizione umana.

Molto equilibrato è il quartetto di interpreti vocali, che ha in Silvia Frigato una Bellezza dalla voce radiosa, dagli acuti svettanti e dalla brillante agilità. Giuseppina Bridelli è un piacere vocalmente a posto ma poco seducente, mentre Valeria Girardello è un Disincanto di pensosa e solenne gravità vocale e Krystian Adam un Tempo risolto nel segno dell’eleganza. Alla guida musicale pensa un händeliano laureato come Andrea Marcon (a lui nel 2021 la Città di Halle ha conferito il prestigioso Händel Preis): estrema varietà di fraseggio, dinamiche contrastate, grande risalto ai preziosismi strumentali amministrati sapientemente dal già grande mestiere del giovane Händel. Una prova di grande spessore, alla quale concorrono ottimamente gli strumentisti dell’Orchestra del Teatro la Fenice, su strumenti moderni ma capaci di un suono filologicamente plausibile, grazie alla competenza musicale del direttore.

Pubblico attento e generoso di applausi per tutti alla fine dello spettacolo.

 

 

 

 

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