Cenerentola buffa e violenta

Al Teatro Comunale di Bologna con la regia di Emma Dante

Cenerentola (Foto Casaluci Ranzi)
Cenerentola (Foto Casaluci Ranzi)
Recensione
classica
Teatro Comunale di Bologna
Cenerentola
16 Dicembre 2021 - 23 Dicembre 2021

A conclusione della stagione operistica 2021, La Cenerentola di Gioacchino Rossini spopola sul palcoscenico del Teatro Bibiena con un cast molto apprezzato. Chiara Amarù veste i panni di Angelina con una grazia sopraffina, e la sua tecnica solidissima, più che buffa, rende la sua Cenerentola nobile e drammatica. Il principe Don Ramiro di Antonino Siragusa ha dalla sua volume ed estensione notevoli (pur a scapito di qualche passaggio troppo nasale), mentre Dandini è un impareggiabile Nicola Alaimo la cui comicità intrinseca si coniuga con una vocalità perfetta. Al loro fianco ben si accostano, spassosissimi, il patrigno Don Magnifico di Vincenzo Taormina e l’Alidoro di Gabriele Sagona (un vero “fatino azzurro” che libera Angelina di prigionia e la spedisce al ballo). Clorinda e Tisbe erano Sonia Ciani e Aloisa Aisemberg. Meno convincente è stata invece la direzione di NikolasNägele, con più di qualche sbavatura.

La regia, ripresa di una produzione del Teatro dell’Opera di Roma, è affidata a Emma Dante, che popola le sue scene di carillon meccanici ricaricabili, moltiplicazioni dei personaggi del principe e di Cenerentola, tramite i quali esaspera la comicità intrinseca nella trama e nella scrittura musicale, anche sfociando a tratti nel grottesco. Il tema della violenza sulla donna che permea la trama è sfiorato in superficie con alcune scene particolarmente violente, mentre la narrazione si muovealtrimenti in un ovattato mondo di fiaba, di magia bianca e dimagia nera, per il quale scenografo e costumista (Carmine Maringola e Vanessa Sannino) attingono all’immaginario del cartone animato Disney e all’universo iconografico del pop surrealism di Ray Cesar, creando una serie di tableaux vivants sui toni dell’azzurro sognante. Emma Dante avvicina inoltre la sua Cenerentola all’originale di Perrault abbassando alle caviglie la coppia di braccialetti (che per ragioni di censura il librettista Jacopo Ferretti sostituì alle più tradizionali scarpette).

Nella rappresentazione delle numerose pretendenti alla mano del principe (tra cui anche le sorellastre Clorinda e Tisbe), si tratteggiano i caratteri tragici della donna storicamente resa oggetto di contratti matrimoniali, ingravidata e dimenticata. Addirittura, a fine primo atto compaiono inaspettate una ventina di pistole in mano a quelle, pronte ad usarle per liberarsi della rivale o per liberare sé stesse dalla loro condizione di merce di scambio tra uomini: dal cumulo di corpi suicidi che occupano il palcoscenico emerge la tragicità dei corpi su cui si fonda quelpatriarcato che vuole le donne in competizione tra loro, che le obbliga alla perdita del sé per compiacere l’uomo (padre o sposo) e che le rende prive di senso quando questo fine venga meno. E se l’opera termina in festa, lascia tuttavia impressa nella mente una riflessione sottile sulla condizione femminile nella società.

 

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