Cavalleria – Pagliacci ? No, Pagliacci – Cavalleria

Robert Carsen a Firenze capovolge la celebre accoppiata verista in chiave di “teatro nel teatro”

ET

23 febbraio 2026 • 4 minuti di lettura

Pagliacci (Foto Michele Monasta)
Pagliacci (Foto Michele Monasta)

Firenze, Teatro del Maggio Musicale Fiorentino

Cavalleria Rusticana e Pagliacci

22/02/2026 - 03/03/2026

Due cast di voci fresche e potenti, trascinatrici nelle loro notissime hits e rafforzate da un notevole carisma scenico, sono la prima cosa che vogliamo riferire nel raccontare del dittico per eccellenza dell’opera italiana, andato su con grandissimo successo al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, con l’esperta concertazione di Riccardo Frizza, che tornava sul podio dell’orchestra del Maggio dove è spesso presente e di  cui ricordiamo in particolare il pregevole Amico Fritz del 2022. 

   Ne diremo più oltre, ma, per il pubblico operistico più avvertito e cosmopolita, un elemento di richiamo era certamente costituito dalla firma di Robert Carsen nello spettacolo nato nel 2019 all’Opera di Amsterdam, e che il grande regista canadese ha curato personalmente, con la consueta nitidezza di tratto, anche in questa ripresa  fiorentina. Carsen qui è ben noto per diversi allestimenti, ultimo un Ritorno di Ulisse in Patria alla Pergola, premio Abbiati 2022 come miglior spettacolo. Proprio a quella lettura monteverdiana, giocata sul concetto di teatro nel teatro, che ha da Shakespeare a Pirandello la rilevanza che sappiamo, si può tornare per introdurre questo non Cavalleria – Pagliacci ma Pagliacci – Cavalleria,  giacché il rovesciamento era dovuto allo stesso concetto, che però ci è sembrato giustificato e pienamente comunicativamente per Pagliacci, un po’ forzato per amor di coerenza per Cavalleria Rusticana. Senza troppo rivelare per non guastare la sorpresa a chi vedrà le prossime recite, ma tentando comunque di sciogliere alcune cifrature di questa regia, ci limitiamo a dire che si tratta per Pagliacci di una messinscena come al solito essenziale, evocante il retropalco e i camerini di un teatro con tanto di specchi illuminati da faretti per il trucco, e che in Cavalleria questo retroscena di teatro si trasforma in qualcosa (grande ufficio ? centro direzionale ?) di radicalmente diverso dal paesello siciliano dell’originale, in cui però spicca, come nell’originale, una sorta di omogeneità culturale e diremmo antropologica del gruppo-coro, qui non dei paesani ma dei dipendenti (tant’è che l’inno corale è la lettura di un foglio aziendale forse di natura motivazionale), gruppo-coro  che prende, scandalizzato, le distanze dal fattaccio e dai suoi protagonisti tanto da voltare le spalle e andarsene lasciando sole, alla fine, Santuzza e Lucia. Pur non capendo, in sostanza, il perché di questa estensione concettuale del teatro-nel-teatro a Cavalleria, e pur non avendo compreso, in realtà, tante altre cose, diamo però atto di aver assistito, per fare solo un esempio, ad una realizzazione della Commedia dei Pagliacci caratterizzata da una geometria gestuale così precisa e graffiante da confermarci nella convinzione, ricevuta nei precedenti suoi spettacoli per il Teatro del Maggio, che Carsen sia al top della regìa operistica di oggi, e che riesca a praticare una sorta di fusione rara e preziosa fra scrittura scenica astratta e immedesimazione attoriale concreta, come si vedeva dalla recitazione del cast, che era insieme estroversa e precisa in tutte e due le opere. Tuttavia questa visione finiva un po’ per vampirizzare Cavalleria, che proprio da questa riambientazione   rischiava di perdere un po’ del suo sangue. La stessa distanza qualitativa ci è sembrata di notarla anche nella musica, perché Riccardo Frizza ha diretto i Pagliacci in un modo che ci ha convinto pienamente, scavando in questa partitura più difficile e compositivamente studiata di quanto generalmente si pensi in base alla sua etichetta “verista”, e ci è sembrato allineato a una visione forse meno originale per Cavalleria

Come detto all’inizio, un elemento di forza era costituito dal cast. Cominciamo le lodi dal baritono Roman Burdenko che era l’unico elemento comune dei due cast (Prologo e Tonio neiPagliacci nonché Taddeo nella relativa Commedia, e Alfio in Cavalleria), che, oltre ai bei mezzi vocali già  noti in questo teatro dal Don Carlo diretto da Daniele Gatti nel 2022, ci ha stavolta impressionato per la versatilità attoriale nelle diverse situazioni in cui agiva e cantava, e proseguiamo con i due tenori, svettanti e sicuri, potenti e luminosi, il lanciatissimo Brian Jagde per la prima volta a Firenze e Luciano Ganci, passando poi alle due protagoniste, Nedda e Santuzza, la vibrante Corinne Winters e Martina Belli, e molto bene anche gli altri ruoli,   Lorenzo Martelli Beppe – Arlecchino e Hae Kang, Silvio, nei Pagliacci, e in Cavalleria Janetka Hosko e Manuela Custer, Lola e mamma Lucia. Con voci così è difficile che un teatro non venga giù dagli applausi e così è stato, applausi estesi anche all’orchestra e al coro, a Frizza, e anche, pur con  qualche prevedibile contestazione, a Robert Carsen e al suo team: scene di Radu Buruzescu, costumi di Annemarie Woods, luci di Peter van Praet,  coreografia di Marco Berriel, perché infatti c’era una coreografia, molto fresca e vivace, per il coro delle campane dei Pagliacci