Carmen al quadrato  

A Jesi: Bizet "contemporaneo"

Carmen
Carmen
Recensione
classica
Teatro “Pergolesi” - Jesi
Carmen
20 Dicembre 2019 - 22 Dicembre 2019

La Fondazione Pergolesi Spontini conclude la stagione lirica del Teatro “G.B. Pergolesi” di Jesi con la nuova produzione di Carmen, in collaborazione con Opéra-Théâtre de Metz Métropole, Opéra de Massy, Opéra de Reims, Centre lyrique Clermont Auvergne e con la Fondazione Rete Lirica delle Marche, che ne curerà le recite, in gennaio e febbraio, nei teatri di Fano, Ascoli Piceno e Fermo. Dopo Butterfly e Turandot,Carmen va a chiudere una stagione di sapore esotico tutta al femminile; donna è anche la direttrice d’orchestra, Beatrice Venezi, sul podio della Form-Fondazione Orchestra Regionale delle Marche.  

Davvero singolare la lettura del regista Paul-ÉmileFourny, di nuovo a collaborare con il teatro di Jesi dopo il successo di Aucassin et Nicolette,  che ha inaugurato il festival Pergolesi Spontini di quest’anno, e dopo le produzioni di Werther del 2007 e di Cavalleria Rusticana e Pagliacci del 2016. L’idea è infatti quella del ‘teatro nel teatro’, ambientando l’opera all’interno di un altro luogo teatrale di Jesi, il teatro “Moriconi”  (rievocato  nelle  scene di Benito Leonori, realizzate nei laboratori scenografici della Fondazione) in un flashback che ricostruisce le vicende dell’omicidio di Carmen, il cui cadavere apre  la scena. La protagonista, le sue compagne sigaraie e  i gitani si trasformano in artisti teatrali che lavorano alla messa in scena della stessa opera di Bizet, contrapposti ai poliziotti che conducono le indagini sull’omicidio che si è consumato appunto dentro il teatro, durante le prove, e il cui autore è l’ispettore di polizia Don José. 

Ciò che ha fatto più discutere non è stata la reinterpretazione della storia, che nasce a detta del regista da una volontà di attualizzare l’opera e di uscire dalla couleur locale, (pur rievocata dai costumi di Giovanna Fiorentini nel quarto atto) quanto le interpolazioni che il libretto ha subito per giustificare la dimensione del metateatro: alcune, - a  dire il  vero brevi e non fastidiose-  parti recitate, utili a mettere a fuoco la nuova angolazione della vicenda. L’unico intervento parlato fine a se stesso, per così dire ‘appiccicato’ al libretto, anche perché in lingua italiana (un altro riferimento all’ambientazione jesina?) è stato il monologo di Lillas Pastia,con citazioni da Davide Rondoni e da Baudelaire. Nel complesso una rilettura originale, che ha agito solo sulla cornice esterna dell’opera, senza  toccarne le dinamiche della drammaturgia. 

Sul piano musicale, e non solo, si è distinta Mireille Lebel nel ruolo  della protagonista, per la voce duttile e dal bel colore e per la presenza scenica: la Carmen che ha interpretato, più che sensuale, leggera e seducente, come la vorremmo, era però sfacciata, dissacrante, aliena da ogni sentimentalismo; dall’altro lato Enrico Casari in Don José si è calato nel personaggio con  enfasi, esagerando le inflessioni linguistiche, prevalenti sulle ragioni musicali. Cosa che lo ha portato forse a non valorizzare bene la propria voce, corposa e timbrata, che però si sfilacciava negli eccessi passionali. Enfatica, nervosa e marcatamente ridondante anche la gestualità della Venezi, presenza forte che quasi si sovrapponeva al palcoscenico. Gli altri componenti del cast, come anche il coro “Mezio Agostini” , hanno sostenuto le rispettive parti in maniera dignitosa, senza brillare. Pubblico diviso, all’uscita del teatro, ma tutti d’accordo nell’aver sentito rinnovato il fascino di questa musica. 

 

 

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