Cafè Loti, tra Istanbul e Napoli

Il trio di Stefano Saletti, Nando Citarella e Pejman Tadayon all'Ethnos Festival

Cafè Loti - Ethnos Festival
Cafè Loti (foto di Alessandro Solimene)
Recensione
world
Torre Annunziata, Villa Parnaso
26 Ottobre 2019

Ventiquattresima edizione, più di dieci concerti di musica dal mondo – Chicuelo, Ars Nova Napoli, Hasa / Mazzotta, Lucia De Carvalho Trio, Teresa De Sio – ma anche workshop, visite guidate ed itinerari: crediamo superfluo scendere nei dettagli dell'immenso merito acquisito da Ethnos Festival nel capire e reinterpretare musiche di altri ai piedi del Vesuvio. Ethnos tiene saldo il timone, in una tempesta nella quale sono caduti festival in apparenza intoccabili, con la stagione firmata da Gigi Di Luca presso molteplici luoghi del golfo: la città di San Giorgio a Cremano, Bacoli, Boscotrecase, Cercola, Grumo Nevano, Massa Lubrense, Torre Annunziata, Volla.

Un concerto tra i molti, il 26 settembre presso Villa Parnaso a Torre Annunziata, Cafè Loti – ispirato all’antico cafè crocevia culturale di Istanbul – rompe gli schemi tra novità e conferme. La tammorra di Nando Citarella risuona sul bouzouki di Stefano Saletti accompagnati dal saz del persiano Pejman Tadayon, in composizioni originali, canti medievali, tarantelle, madrigali e squarci di musica dell’Iran. Significativo è il suono che il trio elabora. La creazione di una sonorità fluida di fondo, senza spigoli, impeccabile. Si ruba, si danza – con chitarra battente e marranzano –, poi tinte diverse per passaggi a contrasti di atmosfere più cupe e maliose – con oud e chitarra – e atmosfere esotiche introdotte dal ney. Quanta arte in questa musica che racconta di viaggi e pellegrinaggi, briganti contro usurpatori, su poesie di Lorca, Hafez, Cecco Angiolieri: bella, fresca. 

Guida spesso il tutto Saletti al bouzouki, solenne negli interventi, anticato nello stile in “In taberna” e “La mia malinconia”. Intrecciato nella polifonia Nando Citarella, che con voce soave da tenore, dal talento estroso e ricca musicalità, regge quasi tutto lui con una perfetta dizione del latino e altri idiomi dialettali (in particolare in “Bacche bene vienes”), sempre attento nelle note cadenzate, appoggiate. Tutto respira bene, dai falsi recitativi a mo’ di “accompagnati”, con toni da monologo, ai più malinconici passaggi.

Determinante, insieme al continuo ritmico ricco di tamburi a cornice, l’oud di Tadayon, molto comunicativo, che passa da ritmi più serrati e irregolari in 7 “haft” con focosi fortissimi e accelerando a più leggeri fraseggi. Saletti è invece spesso freddo e lapidale, puntiglioso come il suono del suo bouzouki.

I Cafè Loti suonano passionali, sanguigni e drammatici dall'inizio alla fine, arricchendo il cartellone di Ethnos, su questo Mediterraneo e questi sentimenti, forse ancora peculiari del nostro made in Italy.

Se hai letto questa recensione, ti potrebbero interessare anche

world

Reportage dal Festival musicale del Mediterraneo di Genova, quest'anno nel segno dell'EurAsia

world

Il Roma Jazz Festival si apre con la trasformazione dell’afrobeat dei Kokoroko 

world

Reportage dal Premio Parodi 2019 di Cagliari: ha vinto Fanfara Station, ma la gara conta sempre meno (e meno male)