Berlino novecentesca

Janacek e Britten alla Deutsche Oper

Midsummer Night’s Dream (Foto Bettina Stöß)
Midsummer Night’s Dream (Foto Bettina Stöß)
Recensione
classica
Deutsche Oper Berlin
Midsummer Night’s Dream e Jenufa
12 Gennaio 2020 - 22 Febbraio 2020

La continua rotazione di allestimenti nuovi e di repertorio ha fatto offrire lo scorso week-end, alla Deutsche Oper Berlin, una coppia di capolavori novecenteschi che, al di là delle differenti generazioni (più di 50 anni di differenza), culture nazionali e tendenze estetiche degli autori, appare antipodica, o perlomeno complementare nell’intendere la drammaturgia: se si assume la drammaturgia interpersonale come asse di riferimento, la sua valenza è fortissima in Jenůfa (1904) di Janáček, a partire dalle tare che i personaggi si portano dentro e che indirizzano le loro azioni verso le tragedie individuali, benché aleggi poi nella musica il soffio di forze super-individuali o basiche (l’eros, la socialità popolaresca e quella ‘borghese’, il sentimento panico, la maternità) delle quali quelle azioni sembrano alla fine solo il riflesso. Nel Midsummer Night’s Dream (1960) di Britten l’intreccio di amori dolcemente bizzosi o scompaginati dalla magia è più un pretesto per creare atmosfere e per far interagire i tre livelli di personaggi; Britten, che venerava il testo shakespeariano, vi proiettò soprattutto un’invenzione strumentale di altissima qualità (nonostante l’organico da camera dell’orchestra) sia sul piano timbrico sia sul piano figurale, rinnovando in parte i materiali sonori (il fascinoso motivo in glissando che apre e chiude il primo atto). Anziché l’articolazione entro le mezze-tinte nel lavoro di Britten, Jenůfaporta all’estremo i contrasti, ma senza mai banalizzarli: l’informazione è sempre ricca, dato che i flussi di cellule strumentali e di linee vocali (il proverbiale ductus verbo-melodico di Janáček) sono ora indipendenti ora agganciati.

L’allestimento di Jenůfa, con regia firmata da Christof Loy, è di lungo corso, ma ha avvicendato nel tempo il cast, senza perdere di appeal per il pubblico berlinese (teatro pieno): scena – di Dirk Becker – essenzialissima, un’unica stanza-scatola di pareti bianchissime, iperluminose, contro le quali si stagliano i personaggi quasi ingigantiti e costretti al contatto reciproco, in una situazione teatrale tra la compressione e la claustrofobia, che in effetti viene a galla nel lancinante secondo atto. Lo spazio è in realtà – anche – la cella di penitenziario della Küsterin (la nonna-madre infanticida), insinuando così un elemento epico nell’azione; il fondale si apre solo due volte: una per squadernare la natura incombente, scorgibile dall’unico varco-porta – mobile – della stanza mobile nel tempo (scorre con le pareti verso destra, insieme al tempo delle stagioni), un’altra per aprirsi nel buio del futuro verso cui s’incamminano alla fine Jenůfa e Laca.

Molto essenziale anche la situazione scenica del nuovo allestimento britteniano – per la regia di Ted Huffmann – agita su una spoglia pedana a tutto palco, sopra la quale aleggia una nube lattiginosa e si posizionano pochi ludici simboli; ad articolare la scena provvedono dunque i costumi, in tre serie per ciascun insieme di personaggi: a risaltare sono soprattutto quelli per i personaggi magici e il coro di elfi, in una fantasmatica mise da belle époque imperial-britannica contrassegnata da un trucco androgino. Poetica l’idea di far fluttuare Puck acrobaticamente nel vuoto, ma l’atto teatralmente più efficace è risultato il terzo, allorché le candide querelle sono ormai sciolte, va in scena la ‘commedia nella commedia’ e il discorso scenico può slittare verso il comico.

Interpreti: bravissimi, plastici ed efficaci fino ad essere laceranti, tutti quelli di Jenůfa, anche il ruolo eponimo di Rachel Harnisch che ha dovuto fronteggiare una leggera indisposizione, misurando oculatamente le forze (ma senza risparmiarsi nell’intenso monologo del secondo atto). Nella prova estremamente positiva di tutti, la cronaca dice che – oltre alla Harnisch – applausi speciali meritati hanno ricevuto il Laca di Robert Watson, lo Steva di Ladislav Elgr e l’Amico di Philipp Jekal, un’autentica ovazione la Küsterin di Evelyn Herlitzius. Più misurati e lirici quelli dl Midsummer Night’s Dream: pure qui un cast validissimo, molto ‘corale’, nel quale si sono distinti l’Oberon – controtenore – di James Hall, il Bottom di James Platt, l’Hippolyta di Annika Schlicht e la coppia maschile di innamorati (Gideon Poppe e Samuel Dale Johnson). Oltre ai complessi – Orchestra e Cori (di voci bianche in Britten) – della Deutsche Oper, l’invariante virtuosa di ambedue le performance è coincisa con la direzione sicura, autorevole, duttile (esiti interpretativi molto diversificai nei due titoli) di Donald Runnicles. Pubblico assai caloroso in ambedue le serate.

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