Arcana, bucolica Daphne

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Recensione
classica
Gran Teatro La Fenice Venezia
Richard Strauss
09 Giugno 2005
In una pagina degli ultimi anni di vita Richard Strauss precisava che se nel campo dell'opera ci sono ancora terre inesplorate da conquistare, un buon materiale di costruzione è già predisposto in quel 'viale delle sfingi' grecizzante e personalissimo che ha "donato all'umanità simboli musicali che possono essere considerati la realizzazione finale di ciò a cui i greci aspiravano". Il compositore si riferiva ad Elektra, Elena Egizia e a Daphne che, con variabili temperature musicali, sfruttano il declamato a mutevoli distanze dall'arioso. Terminata in terra solare, nel 1937 a Taormina, dopo una genesi complessa, la "tragedia bucolica con balli e cori" di Daphne si avvale di un plot metamorfico psicologizzato e di misteriosa interiorità: il simbolo del flauto e delle gote di Leucippo, Apollo nelle vesti di bovaro eppure con tutti i segni della sua forza omerica, il travestimento di Leucippo nel corso della festa dionisiaca, il canto funerario di Daphne e la sua trasformazione. Kleistiano, cupo e soffocante di mistero, il mito della vergine-ninfa Daphne (cui si erano appellati nel 1598, agli albori del teatro per musica, Rinuccini e Peri) si dibatte tra la venerazione per Apollo e l'amore fraterno per l'amico di gioventù. La diversa interpretazione da parte di Strauss dell'antico mito fece maturare nel teatrologo Gregor una terza e definitiva stesura del libretto alla quale partecipò anche Stefan Zweig e molti suggerimenti vennero anche da Clemens Krauss. Alla fine, dopo aver tolto il prolisso finale di Gregor, con tanto di forze corali, il compositore disse al librettista: "via tutto ciò che è di disturbo! Soltanto l'albero canta!" Parte proprio dall'albero la scena iniziale pensata da Kevin Knight per questa Daphne lagunare (mai rappresentata prima d'ora alla Fenice): un albero stecchito posto su una scena unica nera, una piattaforma tonda a cerchi concentrici che nel corso dell'atto unico più volte si alza e si abbassa roteando a spirale e inghiottendo nel vortice della tragedia in dissolvenza i miti, abbigliati in una varia e colorata galleria balcanica (serbo-montenegrina, macedone, derviscia, ecc.) più folclorica che pertinente al tema, tanto da sottrarre fascino all'aura mitica dell'ambientazione pastorale. La regia di Curran ha dimostrato chiarezza ed esatta misura, esaltando la protagonista, June Anderson, superlativa nei monologhi e nella scena di chiusa "muta", emozionante, una immagine di desolazione concepita come un viatico nell'interiorità. Meritano elogi anche Saccà, Mac Allister, Lewis Williams e le bronzee doti contraltili della Remmert. Bravi anche gli artisti di fianco e le danzatrici. Stefan Anton Reck ha tracciato una esecuzione di impressionante tensione speculativa, esaltando il retroterra storico della tradizione tardo-romantica e mirando nel contempo a un raffreddamento novecentesco della materia sonora, senza rinunciare agli appelli cantabili e alle drammatiche tensioni in cui il discorso musicale si configura come una maestosa cosmogonia fonica. Pubblico festoso ed entusiasta.

Interpreti: Daniel Lewis Williams, Peneios; Birgit Remmert, Gaea; June Anderson, Daphne; Roberto Saccà, Leukippos; Frank Porretta, Apollo

Regia: Paul Curran

Scene: Kevin Knight

Costumi: Kevin Knight

Orchestra: Orchestra del Teatro La Fenice

Direttore: Stefan Anton Reck

Coro: Coro del Teatro La Fenice

Maestro Coro: Emanuela Di Pietro

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