Anversa Atto II

Verso il cuore del tema “Adoratio”.

Recensione
classica
Il Festival di Anversa procede a gonfie vele e praticamente non si vedono mai sedie vuote nelle chiese dove si svolgono i suoi interessanti concerti. La settimana è iniziata dal canto dell’amore profano, centrato sul codice che ne rappresenta il simbolo e la quintessenza: il Canzoniere Cordiforme. Il delicato, intenso ed elegante concerto dell’Ensemble Leones diretto da Marc Lewon ha messo in pieno risalto questo tesoro del patrimonio della musica antica, che oltre alla bellezza delle sue miniature e alla sua originale forma, contiene delle composizioni che non si trovano altrove e fra queste alcune canzoni in italiano di autori anonimi. Nella stessa giornata è risuonata anche la musica sacra contenuta nel Faenza Codex, noto per le sue musiche strumentali, dal quale sono emerse alcune composizioni che erano state cancellate dalla pergamena per far posto ad altre musiche, e che le indagini e le ricerche di Pedro Memelsdorf hanno riportato alla luce. Così come il monaco Bonadies aveva fatto piazza pulita di una parte delle note per inserire sulla preziosa pergamena qualcosa che evidentemente riteneva più importante, così Memelsdorf ha spazzato via l’immagine convenzionale che abbiamo della musica medievale, per creare una personale drammaturgia sonora nella quale antifone, salmi, inni e parti dell’ordinario sono stati intonati con grande enfasi espressiva attraverso forti accentuazioni, sincopati e emissioni vocali potenti, con l’aggiunta dell’accompagnamento di strumenti musicali, come probabilmente avveniva in origine, dislocando a tratti i cantori in diversi punti della sala (la chiesa sconsacrata di Sant’Agostino, ora auditorium di Amuz). Nella stessa serata il contrasto con il concerto seguente non sarebbe potuto essere maggiore, per via delle lunghissime linee melodiche, della densa tessitura e dell’andamento estremamente consonante e melismatico di Salve Regina e Magnificat di quattro autori inglesi del XVI secolo, Browne, Pygott, Jones e White eseguiti da Stile Antico, l’ensemble che aveva inaugurato il Festival con un programma dedicato a Palestrina, già inciso e precedentemente eseguito in diverse occasioni e contesti. Non è il caso di questo secondo concerto, poiché si è trattato di una vera e propria prima, richiesta dal direttore artistico Bart Demuyt, che ha rivelato una parte della storia della musica inglese che precede la Riforma poco nota al di fuori del paese di origine.

Ogni giorno di questo Festival è un’avventura che permette di scoprire cose nuove, o di mettere in luce nuovi dettagli, per l’altissima qualità delle sue proposte artistiche. Di tutti i possibili modi di declinare il tema dell’amore e della sua estrema e ultima forma, l’adorazione, non si sarebbe potuto immaginare qualcosa di più semplice e allo stesso tempo incisivo come il repertorio delle cantigas de amigo di Martín Codax, appena un pugno di canzoni che nel non dire quasi nulla, dicono tutto. La loro forma interrogativa e la loro essenzialità evocano l’eterna attesa del ritorno della persona amata, e alludono al presagio del dolore della separazione, e seppure scritte da un uomo, sono tra le poche liriche di impronta trovadorica al femminile. Vivabiancaluna Biffi le ha interpretate con l’accompagnamento della sua viella, e quello dei flauti di Pierre Hamon, come una intima meditazione sulla nostalgia, l’assenza e la lontananza, in una dimensione rarefatta da lunghi silenzi. La stessa sala, Amuz, è stata poi teatro di suoni dal volume intenso per il concerto di Zefiro Torna & Frank Vaganée Trio, l’unico amplificato di tutto il Festival per via della presenza di batteria e sax al fianco di liuto, tiorba e nyckelharpa, in un percorso sonoro dedicato alle rime di Petrarca messe in musica da diversi compositori del passato, da Jacopo da Bologna a Franz Liszt, oltre che da Els Van Laethem (1973). La sorprendente personalità vocale di Annelies Van Gramberen ha dato corpo alle rivisitazioni jazzistiche operate da Vaganée, con il supporto, fra gli altri, di Didier François, e una propria ballata intonata da Jurgen De bruyn ha rivelato un aspetto inedito del liutista e direttore di Zefiro Torna. Petrarca e più in generale il Rinascimento italiano sono stati al centro dell’attenzione anche nei giorni seguenti, sia nel concerto di Marco Beasley dedicato alle musiche predilette da Isabella d’Este, ossia le frottole di Bartolomeo Trombocino e Marchetto Cara, che nella conferenza di Marc Vanscheeuwijck e nel concerto dell’ensemble RossoPorpora. Beasley ha oramai maturato una tale familiarità e intimità con questo repertorio, così congeniale alla sua voce e alla sua sensibilità artistica, che non si potrebbe immaginare interprete migliore, e in “Il labirinto di Isabella” erano presenti anche alcune danze eseguite da Lieselotte Volckaert. Non a caso per vie delle numerose richieste, alla rappresentazione serale è stato necessario aggiungerne una pomeridiana. Quanto a RossoPorpora, diretto da Walter Testolin, va detto che fino ad ora è stato uno dei momenti di massima intensità emotiva del Festival, per via della selezione di madrigali di differenti autori sui versi del Canzoniere di Petrarca approntata per l’occasione. Oltre alla qualità e alla cura dell’esecuzione, la disposizione dei cantanti sulla scena, che sedevano e si muovevano attorno a un tavolo evocando una ideale accademia rinascimentale, ha dato al concerto non solo un’aura di elegante compostezza, ma ha consentito di mettere in risalto le frasi più incisive di ogni singola parte, distaccando leggermente ora l’una ora l’altra voce dal gruppo, ampliando lo spazio sonoro e rendendo più chiara e trasparente la tessitura vocale.

Qui non si finisce mai di scoprire piccoli e grandi capolavori dimenticati o sconosciuti, grazie anche ai concerti di Vox Luminis, Tiburtina Ensemble e Contrapunctus. Come ha ricordato Beasley presentando il documentario “Ad tempo taci” (http://ideamusic.web.unc.edu/ad-tempo-taci/) nel Palazzo Ducale di Mantova all’epoca di Isabella d’Este le arti si incontravano e dialogavano. Ad Anversa il pubblico di Laus Polyphoniae esprime costantemente un enorme interesse e ammirazione per la nostra musica medievale, rinascimentale e barocca, e Isabella fece intarsiare nella Grotta del Palazzo il canone “Prenez sur moi vostre exemple amoreux” del grande maestro franco-fiammingo Johannes Ockeghem. Ci sarebbe molto da riflettere su questo, ma ci sono altri promettenti concerti nella parte finale del Festival, di cui parleremo la prossima volta.

Se hai letto questa recensione, ti potrebbero interessare anche

classica

Perplessità per molti dei lavori di teatro musicale presentati nella rassegna veneziana curata da Ivan Fedele 

classica

Ad Ancora Rossini secondo la regia di Francesca Lattuada

classica

Padova: Claudio Ambrosini e Alessandro Taverna avviano la nuova stagione musicale