Anatomia di un regicidio

Festival Verdi inaugurato dal Ballo in maschera di Spirei-Vick con l’efficace lettura musicale di Roberto Abbado

Un ballo in maschera - Gustavo III (foto Roberto Ricci)
Un ballo in maschera - Gustavo III (foto Roberto Ricci)
Recensione
classica
Parma, Teatro Regio
Un ballo in maschera (Gustavo III)
24 Settembre 2021 - 15 Ottobre 2021

La proposta di Un ballo in maschera (Gustavo III) andata in scena ieri sera al Teatro Regio di Parma per l’inaugurazione del XXI Festival Verdi ha offerto la lettura funzionale e distaccata che Jacopo Spirei ha tratto da un’idea di Graham Vick, un approccio che ha lasciato ampio spazio all’efficace segno musicale impresso dalla direzione di Roberto Abbado.

Basato sul recupero del libretto di ambientazione svedese concepito da Verdi per il mancato debutto romano, innestato sull’impaginato musicale – nell’edizione critica della partitura a cura di Ilaria Narici – che connota la più famigliare declinazione bostoniana, questo allestimento si è manifestato decisamente meno rivelatore – e, se vogliamo, meno spregiudicato – del previsto.

Molto rumore per nulla (o quasi), insomma: la montagna (si fa per dire) di polemiche dei giorni scorsi ha partorito quel topolino piccolo piccolo rappresentato dalle blandissime licenziosità sparpagliate con parca misura tra una scena e l’altra da una regia che lo stesso Spirei ha declinato con segno freddo e, appunto, distaccato. E anche le contestazioni abbozzate dal loggione parmigiano nel corso del primo atto sono rimbalzate su quella specie di accondiscendenza che si concede a opinioni inesorabilmente vetuste espresse ormai fuori tempo massimo.

Un ballo in maschera (Gustavo III)
Un ballo in maschera - Gustavo III (foto Roberto Ricci)

In merito al recuperato libretto svedese, infine, la sensazione che ci è rimasta è vicina a una sorta di bonaria nostalgia per alcuni emblematici accenti che segnano il tradizionale Ballo bostoniano come, per esempio, quel «immenso oceàn ne sepàri...», di cui ci siamo ritrovati orfani.

Detto ciò, il passo drammaturgico scandito da Spirei ha tracciato un circuito richiuso attorno al senso di un lutto immanente, un percorso disegnato attorno al monumento funebre di Gustavo III, una sorta di feticcio intorno al quale hanno ruotato tutti i personaggi che, di volta in volta, hanno contribuito a dispiegare una trama la cui risoluzione precipitava inevitabilmente verso una morte – quella dello stesso Gustavo – ampiamente annunciata.

Tutto questo osservato attraverso una lente quasi asettica, la cui luce rimaneva fredda anche quando dal verde acido dominante declinava ai colori del rosa o del rosso che rimanevano, in ogni caso, come filtrati da un diaframma alienato. Un approccio simile a quello di un’autopsia, una decostruzione e ricostruzione del regicidio di Gustavo III svolto sul tavolo autoptico rappresentato dalla sua stessa tomba. Un’atmosfera alla quale hanno contribuito in maniera coerente le scene e i costumi di Richard Hudson, le luci di Giuseppe Di Iorio, i movimenti coreografici di Virginia Spallarossa.

Un ballo in maschera - Gustavo III (foto Roberto Ricci)
Un ballo in maschera - Gustavo III (foto Roberto Ricci)

Su questo sfondo la lettura musicale offerta da Roberto Abbado, alla guida di una reattiva Filarmonica Arturo Toscanini e di un Coro del Teatro Regio di Parma ben preparato da Martino Faggiani – e schierato alla guisa di inquietante osservatore dall’alto – ha avuto modo di dispiegarsi lungo il coerente tracciato di una interpretazione personale e pregnante, sapientemente asciugata da ogni retorica, avviata su tempi all’inizio appena riflessivi che si sono via via rivelati pienamente efficaci nell’assecondare i diversi profili vocali presenti in palcoscenico.

Tra questi la coppia rappresentata da Piero Pretti (Gustavo III) e Anna Pirozzi (Amelia) ha saputo sostenere l’intero arco narrativo con palese e generosa solidità vocale, affiancata dall’altrettanto saldo debutto di Amartuvshin Enkhbat nel ruolo del Conte Gian Giacomo di Anckastrom. Tra le caratterizzazioni più riuscite rileviamo l’Ulrica di rara originalità di accenti di Anna Maria Chiuri, mentre Giuliana Gianfaldoni – al debutto nel ruolo e al Regio parmigiano – ha offerto un Oscar dalla presenza vocale funzionalmente misurata.

Efficace il resto del cast per uno spettacolo che ha raccolto un sostanziale successo di pubblico, segnato da una chiara convinzione per la parte musicale e vocale, e qualche dissenso – di prammatica in questo teatro – per la parte registica.

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