Alla Monnaie Turandot è un affare di donne

Turandot (Foto Matthias Baus)
Turandot (Foto Matthias Baus)
Recensione
classica
Monnaie, Bruxelles
Turandot
14 Giugno 2024 - 30 Giugno 2024

Dopo l’assai discutibile Norma nella discarica di auto, il regista belga Christophe Coppens, artista multidisciplinare, torna a fare parlare di sé, sempre alla Monnaie di Bruxelles, con una Turandot dalla trama ridisegnata come una storia d’orrore, e di soldi, contemporanea: non c’è più l’Imperatore, ma una madre dispotica, che si chiama sempre Altoum ma è interpretata dal mezzosoprano cinese Ning Liang, ed è lei l’assetata di sangue, è lei che costringe la figlia, anche picchiandola, a condurre alla morte gli uomini. E per meglio chiarire che si tratta di un affare di donne, Coppens piazza un scena un quadro in stile contemporaneo la cui immagine indistinta, vagamente dalla forma di una vagina, perde sangue quando il Principe di Persia è condannato a morte per non aver saputo risolvere gli indovinelli, e alla fine dell’opera la tela arriva a letteralmente rigettare, o partorire, il malcapitato, con conseguente intervento della scientifica per indagare. Eppure l’idea di base poteva funzionare bene, quella di trasportare la vicenda all’oggi, nell’alta società di Hong Kong in modo da mantenere i riferimenti all’Oriente presenti nel lavoro di Puccini, ma subito arrivano le delusioni. A cominciare dal direttore d’orchestra, doveva essere il maestro Kazushi Ono che però è stato operato ad una spalla ed ha ceduto la bacchetta a Ouri Bronchti, assistente alla Monnaie del direttore musicale Alain Altinoglu, apprezzato pianista preparatore ma in difficoltà a dirigere un’opera come Turandot, sopratutto nei passaggi più impetuosi che risolve solo con forti eccessivi, nonché pure in difficoltà a ben coordinare orchestra, voci e  coro, quest’ultimo spesso troppo forte e sfocato, impreciso nelle chiusure, invece bravo il soave coro dei ragazzini. Ma le prime note che si sentono sono quelle di un accenno di musica da discoteca, e l’idea funziona, arriva da una scena che dovrebbe ricordare l’eleganza di certi grandi alberghi art decò con tocchi esotici, ma l’allestimento è pasticciato, sovraccarico, con una grande vasca da idromassaggio da cui ogni tanto spunta un piedistallo per mettere in rilievo il solista. Le scene sono dello stesso regista, così come i costumi, quest’ultimi eleganti in sé ma, sopratutto quelli di alcune coriste, troppo gonfi e quando sono tutti insieme il risultato è davvero goffo, forse volutamente ridicolo. Molto bella invece appare Turandot, quando resta vestita con un semplice, ma assai sofisticato, completo di seta nera, i capelli corti, finalmente libera dal solito iperdecorato costume orientale che spesso la appesantisce. Che qui per la verità c’è pure, calato dall’alto in una fugace apparizione premonitrice al termine del breve primo tempo di poco più di mezz’ora. Il ruolo della Principessa è affidato al soprano polacco Ewa Vesin che fa del suo meglio, è impetuosa, convincente nel ruolo anche se non riesce ad evitare a tratti di spingere troppo, si alternerà nel ruolo con la russa Svetlana Aksenova. Il Principe ignoto è il tenore dal bel timbro Stefano La Colla che però non sembra a suo agio in scena e avrebbe meritato qualche applauso in più sopratutto per la sua elegante, misurata, esecuzione di Nessun Dorma, si alternerà nel ruolo con il franco-tunisino Amadi Lagha. Nei panni di Liù, che qui per non rivelare il nome di Calaf si butta da una finestra, nel primo cast è la brava e toccante soprano russo Venera Gimadieva che mostra grande controllo dell’emissione, è lirica ed intensa, si alternerà con Ruth Iniesta.  I panni di Timur sono vestiti poi dal solido basso Michele Pertusi, habitué della Monnaie, che in questo ruolo però non riesce a commuovere. Quanto a Ping, Pang, e Pong che passano da costumi da maggiordomi a smoking nel secondo tempo, senza che sia ben chiaro il perché ed è un peccato perché avrebbero potuto essere una nuova lettura interessante dei tre ministri, sono interpretati rispettivamente da Léon Košavić, Alexander Marev, Valentin Thill, ed è il primo, il baritono  Košavić, che nettamente emerge nel terzetto per bella voce e bravura anche nel ruolo del Mandarino. L’allestimento è un’alternanza di elementi e scene che funzionano bene, quella degli enigmi per esempio, ad altre, sopratutto il finale poliziesco, che lasciano davvero assai perplessi. Per la cronaca, da un punto di vista musicale è stato scelto il finale di Alfano, quello accorciato, e se non convince la nuova interpretazione drammaturgica e visuale che ne viene data, per niente romantica, tutta la partitura, sia quella di Puccini che quella di Alfano, è stata invece mantenuta. 

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