Aida, acrobazie tra amore e guerra

Il titolo verdiano, in nuovo allestimento, apre la stagione lirica ’26 di Catania

AM

26 gennaio 2026 • 3 minuti di lettura

Aida (Foto Giacomo Orlando)
Aida (Foto Giacomo Orlando)

Teatro Bellini Catania

Aida

21/01/2026 - 28/01/2026

La stagione lirica 2026 del Massimo Bellini apre con Aida, assente in cartellone da più di 20 anni, dovendo fronteggiare i disagi delle pessime condizioni meteo nella Sicilia orientale, che han fatto riprogrammare la prima della produzione. Le complicazioni maggiori sembrano aver interessato la presenza effettiva del pur interessato pubblico: a fronte del sold out annunciato, molti posti in sala son risultati vuoti nella recita seguita.

Il risultato artistico complessivo è stato comunque apprezzabile, con qualche altalena nella resa: nella compagnia di canto ascoltata, assai solida l’Amneris di Nino Surguladze, in particolare nelle situazioni più fraseggiate, grazie a un registro medio-acuto robusto e ben timbrato; convincente anche il Radames di Jorge de León, benché sin dal temibile inizio tenda a spingere un poco (nel timbro e, di conseguenza, nell’intonazione), ma plasmando poi con slancio molte fasi della sua parte; qualche fatica per l’Aida di Oksana Dyka, soprattutto – ci è sembrato – per un ‘restare dietro’ nella formazione del suono vocale, ma sul piano espressivo l’artista si difende. L’Amonasro di Franco Vassallo è disegnato con precisione ed efficacia (senza peraltro forzare in nulla) nelle due diverse situazioni degli atti centrali. Tra i restanti interpreti, globalmente positivi, merita una menzione d’onore il Ramfis di Insung Sim, voce tornita, ben poggiata e ben proiettata, ottima dizione, bravo peraltro a differenziare gli interventi tra rituali e più drammatici. Il Coro fa il suo, benché la consistenza degli interventi e il loro ruolo – massimamente quando fuori scena – necessiterebbero un organico più numeroso. Fabrizio Maria Carminati guida il tutto con la consueta perizia, capacità di gestione dei tempi musico-teatrali e abilità nell’alleggerire o ispessire il suono dell’Orchestra, non sempre però inappuntabile nell’assieme dei passaggi più scoperti.

La regia (nuovo allestimento): che durante il Preludio – a scena aperta – artisti di danza acrobatica si adoperino in figurazioni e volteggi aerei, fa temere una forma acuta da sindrome da horror vacui. Tuttavia, man mano che si prosegue, la lettura di Marco Vinco incanala questi e altri segni scenici verso nitide strategie oppositive, per cui – nella fattispecie – le figure acrobatiche puntano alle aspirazioni e alle idealità più alte e generose dei personaggi, mentre le azioni terragne di performer in un nero quasi integrale evocano le mire di dominio o di rivalsa, tanto da esser loro a compiere, in luogo di altri, gesti di conferimento o di supporto del potere; le due forze interagiscono e si contendono il sentire dei personaggi principali, che non a caso risultano truccati – più dei comprimari – con maschere che coprono a metà il viso, di blu per gli egizi e di rosso per gli etiopi (tanto per marcare irreconciliabili dicotomie cromatiche). Un tono scuro domina d’altronde scene e costumi – di Guido Buganza – col complemento di prammatica del dorato faraonico, il tutto ben valorizzato dalle luci di Oscar Frosio: la piramide sul fondale appare perciò meno una costruzione che una forma, allusiva forse al triangolo interpersonale della trama. Al termine, applausi per tutti, senza eccessivi furori.