Adone liberato dalle catene dell’oblio

L’opera di Mazzocchi al festival emiliano “Grandezze & Meraviglie”

La catena di Adone (Foto Luca Nicoli ph)
La catena di Adone (Foto Luca Nicoli ph)
Recensione
classica
Castello di Serravalle (BO), Chiesa di Santa Apollinare, Modena, Chiesa di San Carlo
Grandezze & Meraviglie
06 Settembre 2019 - 08 Settembre 2019

Chi abbia letto una qualunque storia della musica è di certo incappato nella cosiddetta “opera romana”, d’emanazione cardinalizia, che sviluppò gli esempi pioneristici delle Euridici e degli Orfei principeschi prima che a Venezia l’opera diventasse spettacolo pubblico a pagamento. Anche il melomane più incallito può tuttavia passare una vita a teatro senza riuscire a vedere mai uno di quei titoli quasi mitici.

È dunque un vero evento la favola boschereccia in cinque atti La catena di Adone di Domenico Mazzocchi che il festival “Grandezze & Meraviglie” ha proposto il 6 settembre nella provincia bolognese e due giorni dopo a Modena. Rappresentata per la prima volta nel 1626 a Palazzo Conti (quello sul cui retro si staglia la Fontana di Trevi), godette di un paio di riprese tardive nel Teatro Malvezzi di Bologna (1643 e 1648); poi più nulla fino a tempi recentissimi. 

La sua scelta in questo 2019 è legata al 450° anniversario della nascita di Giambattista Marino, dal cui poema L’Adone è tratto il libretto di Ottavio Tronsarelli; la sua produzione al concorso “Corti, Chiese & Cortili ENCORE 2019”, che seleziona giovani cantanti per prepararli all’allestimento di un’opera secentesca sotto la guida di Gloria Banditelli per la parte vocale, Michele Vannelli per quella musicale e Alberto Allegrezza per quella gestuale.

Rispetto ai Monteverdi e ai Bononcini degli anni passati, la soverchia presenza del recitar cantando sui momenti ariosi o corali (relegati quasi a funzione di intermedi al termine di ogni atto) pone la partitura in posizione di partenza ancor più lontana dalle aspettative del pubblico moderno, facendoci comprendere come l’opera delle origini fosse davvero un genere di teatro “parlato” affidato a formule d’intonazione vocale, con saltuari inserti propriamente musicali; ma quel lungo, interminabile recitativo è armonicamente assai più complesso e imprevedibile di quanto diverrà nel Settecento, strettamente legato all’espressione della parola, che spreme in ogni sua sillaba.

È quanto fa, sul piano visivo, anche la recitazione gestuale che Allegrezza insegna ai cantanti, volta a sottolineare con movimenti plastici ogni singolo concetto espresso, sull’esempio della pittura barocca. Purtroppo il maltempo ha costretto a ripiegare dalla dimensione scenografica del chiostroopen aira una esecuzione semi stagedin chiesa, rinunciando ad ambientazione e costumi.

Fra i cantanti, si segnalano i due protagonisti: il garbato controtenore Enrico Torre come Adone e il soprano Elena Pinna che nei panni della maga Falsirena (sorta di Armida che irretisce con una catena d’oro lo splendido giovane di cui s’è innamorata) raggiunge toni di alta drammaticità, prefigurando un’ottima carriera operistica. Di contorno: Giulia Manzini (Idonia), Niccolò Roda (Arsete), Roberto Rilievi (Apollo e Oraspe), Guglielmo Buonsanti (Plutone), Ilenia Lucci (Venere), Giovanna Gallelli (Amore) e vari comprimari; non ultimi, i ballerini Davide Vecchi e Sara Benvenuti.

Punta di diamante, la variegata Orchestra della Cappella musicale di S. Petronio, che ha accompagnato con rara finezza. A tenere le briglia dell’intera esecuzione, Michele Vannelli che si dimostra una volta di più all’altezza di queste imprese ciclopiche, riuscendo in breve tempo a indirizzare verso uno stile appropriato giovani cantanti spesso alla prima esperienza con un genere di opera totalmente estraneo alla loro preparazione di base.

 

 

 

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