A Parigi arriva Zaïde
L’opera incompiuta di Mozart rielaborata da Raphaël Pichon con i suoi Pygmalion. Meravigliosa Sabine Devieilhe, incanta la glassarmonica di Thomas Bloch
14 settembre 2026 • 4 minuti di lettura
Opéra Comique, Parigi
Zaïde
09/09/2026 - 12/09/2026Zaïde, anzi “da Zaïde”, perché l’opera rimasta incompiuta è stata arricchita con altri brani di Mozart raramente eseguiti, sopratutto dalla cantata “Davide penitente” e dalle misiche di scena per il dramma “Thomos, re d’Egitto”. Inoltre, alla storia originale ne è stata sovrapposta un’altra, la figlia di Zaïde che vuole sapere chi era sua madre, con i dialoghi parlati tutti riscritti dall’autore e regista teatrale Wajdi Mouawad. Il progetto, portato in scena lo scorso anno a Salisburgo da Raphaël Pichon ed il suo ensemble Pygmalion, adesso è stato ricreato a Parigi completamente rivisto nell’allestimento per adattarlo alla grande corte del Lycée Carnot, un luogo molto caro ai parigini, ricoperto in ferro e vetro da Gustave Eiffel. All’Opéra Comique sono, infatti, incominciati i lavori di rinnovamente delle strutture tecniche e per un anno gli spettacoli si svolgeranno tutti fuori sede.
L’apertura di stagione si è voluta fare in un luogo frequentato da giovani con un lavoro di un giovane, allora Mozart aveva appena 24, desiderava la libertà e il rispetto dei diritti delle persone, come tutti i giovani. Inizia a scrivere quindi Zaïde senza commissione, con l’obiettivo di farsi notare dall’imperatore Giuseppe II che voleva a Vienna un teatro in lingua tedesca, ma poi sopraggiunse la morte dell’imperatrice e sopratutto la commissione dell’Idomeneo da parte della corte di Monaco, e Mozart non completò più l’opera. Si tratta quindi di un singspiel, l’equivalante tedesco dell’opéra comique, con i dialoghi solo parlati, dunque è particolarmente signficativo che, dopo Salisburgo, Zaïde sia stato ripreso proprio qui.
Nella Hall Eiffel sono gli stessi ballatoi in ferro con le scale sul lato corto che fanno da scena, le porte a vetro che si susseguono che richiamano le celle della prigione, ma anche le sale del museo in cui il carcere è stato trasformato, questa è infatti la parte aggiunta della storia. Visivamente non c’è più nulla della “turcheria” dell’epoca, i costumi sono attuali, come a Salisburgo, ma creati con fogge diverse da Silvia Costa. Il servo del sultano, Allazim, interpretato dal baritono tedesco Johannes Martin Kränzle, dalle belle note basse sonore, anche se alla prima annunciato un po’ sofferente, è ancora là, al lavoro, con un grembiule e un secchio.
La prima ad arrivare è Persada, l’espressivo mezzosoprano australiano Xenia Puskarz Thomas, e le sue prime battute sono in italiano avendo utilizzato brani in più lingue che sono state rispettate. E’un estratto del recittaivo dell’aria da concerto “Ah lo previdi”, KV272. Persada interroga Allazim su sua madre, non ne conosce il nome ma sa che era nota in prigione come “la donna che canta”. I ricordi piano piano riemergono, passato e presente si confondono in scena. Si accantua il senso di estraniamento, la sensazione è di fuori dal tempo, che già aveva creato l’iniziale intervento della glassarmonica suonata da Thomas Bloch che poi chiuderà pure lo spettacolo con il magnifico Adagio KV 356 scritto da Mozart che aveva sentito a Parigi il nuovo strumento e se ne era innamorato.
Altrettanto celestiale, sembra la voce del soprano Sabine Devieilhe come Zaïde, dai meravigliosi pianissimo e filati, senza una sbavatura, ed altrettanto perfetta per il ruolo anche quqndo la voce prende più corpo, si fa più profonda e ricca, e pure per quelle asprezze che assumono i suoi acuti quando grida concitata contro l’ingiustizia, contro la “tigre” che è il sultano. Quello di Zaïde è un ruolo complesso e la Devieilhe lo interpreta in modo eccezionale, insieme soave e drammatico, da schiava e da ribelle, da sottomessa al sultano che la viola, ma che in cattività ha trovato pure l’amore di Gomatz, un cristiano imprigionato dai turchi.
Malgrado l’acustica della Corte sia stata curata, purtroppo il Soliman del tenore Mattew Swensen dal fondo in alto non si sente bene, ma lo si è potuto ben apprezzare quando è avanzato sulla scena; l’altro tenore, l’inglese Hugo Brady, pur dal bel timbro e naturale morbida musicalità, è apparso invece un po’ troppo giovane per la parte, e per stare accanto alla Devieilhe in tale ruolo, ma di sicuro talento.
Bravissimo poi sia tutto il coro che l’orchestra Pygmalion, quest’ultima diretta da Raphaël Pichon con il suo solito piglio deciso. L’impostazione di questa Zaïde è decisamente drammatica, come l’aveva pensata Mozart che voleva scrivere un’opera seria, senza influenze dal successivo Ratto dal serraglio in cui il compositore invece tratta lo stesso argomento ma in modo leggero e divertente. Un dramma ma con lieto fine, anche se triste, sarà proprio il servo, affrontando la Tigre, a riuscire a salvare la bambina. Molto intensi gli interventi del coro che impersona gli altri prigionieri, coinvolto pure negli efficaci movimenti coreografici di Evelin Facchini. Fondamentali infine le luci di Bertrand Couderc che animano lo spazio e creano le diverse situazioni, valorizzando la bellezza della Hall Eiffel.