A Lucerna tutti i volti del pianoforte
Quinta edizione del festival “Le Piano Symphonique” con Martha Argerich “pianiste associée” e molti altri grandi nomi del pianismo internazionale
20 gennaio 2026 • 7 minuti di lettura
Lucerna, KKL Luzern & Hotel Schweitzer Hof
Le Piano Symphonique
12/01/2026 - 17/01/2026A Lucerna la grande musica non si ascolta solo d’estate. Dal qualche anno ad animare l’inverno musicale della città nel cuore delle Alpi svizzere c’è Le Piano Symphonique, una settimana consacrata alle stelle – anche nascenti – del panorama internazionale, impegnate nelle diverse articolazioni del pianismo, dal recital solistico alla dimensione cameristica fino all’accompagnamento orchestrale, con la partecipazione cruciale della Luzerner Sinfonieorchester. La quinta edizione, anche quest’anno con la direzione artistica di Numa Bischoff Ullmann, si è presentata con un calendario fitto di appuntamenti inaugurati da Hélène Grimaud (con il violinista Renaud Capuçon), David Fray, Guillaume Bellom, Beatrice Rana, per citarne solo alcuni, ed è culminata con la presenza di Martha Argerich, da tre edizioni “pianiste associée”, per i seguitissimi eventi di chiusura.
Specialità del festival sono i lunghi concerti dalla struttura articolata, spesso concepiti come ritratti musicali del protagonista del giorno. Nel segno dell’imprevisto quello dedicato al francese Alexandre Kantorow: a causa di un malessere, l’annunciato Christoph Eschenbach ha lasciato il podio a Robin Ticciati, che ha guidato con professionalità e misura la Luzerner Sinfonieorchester, autentica colonna del festival, in un programma in parte rimaneggiato con l’aggiunta della Sinfonia n. 8 di Antonin Dvořák. L’orchestra ne ha restituito con calore e slancio soprattutto i passaggi più scopertamente folcloristici, ispirati alle melodie popolari boeme. Il giovane pianista francese, classe 1997, vincitore del Concorso Čajkovskij e del Gilmore Artist Award, ormai ospite regolare delle maggiori sale internazionali (ma anche della cerimonia di apertura delle Olimpiadi parigine), si è confermato uno dei virtuosi più solidi della sua generazione: tecnica prodigiosa, controllo assoluto della tastiera, sicurezza quasi disarmante anche nei passaggi più impervi. Qualità che il programma ha inteso mettere in piena luce, privilegiando nettamente il versante più spettacolare e atletico del pianismo. Nel Terzo Concerto di Sergej Prokof’ev, Kantorow ha potuto sfoggiare brillantezza, precisione ritmica e un virtuosismo scintillante, ben sostenuto dalla direzione attenta di Ticciati. La seconda parte, interamente affidata al pianista solo, ha accentuato l’impressione di un percorso pensato soprattutto come vetrina tecnica. La selezione di Préludes di Charles-Valentin Alkan e soprattutto la Sonata op. 5 di Nikolai Medtner – due figure eccentriche di pianisti-compositori del romanticismo e del primo Novecento, oggi piuttosto ai margini del repertorio tradizionale – è apparsa funzionale più alle sfide tecniche imposte dall’impervia scrittura dei due compositori che a un disegno espressivo complessivo. Deludente, invece, la novità del programma, The Kalamazoo Flow di Anders Hillborg, pagina commissionata dallo stesso Kantorow, oscillante, senza una reale necessità interna, tra atmosfere tardo-impressioniste ed esplosioni virtuosistiche con accenni jazzistici, più al servizio delle potenzialità tecniche dell’interprete che di un’architettura compositiva coerente.
Ruotavano attorno alla figura fortemente carismatica di Martha Argerich gli appuntamenti di punta della chiusura del festival. A quasi ottantaquattro anni, la pianista argentina continua a impressionare per energia, lucidità e presenza scenica: la celebre capigliatura leonina, ormai argentata, accompagna il leggendario gesto pianistico ancora impetuoso, sorretto da una sicurezza tecnica che non conosce cedimenti. Quasi un incontro tra amici di lunga data il primo dei due concerti fiume, aperto dalla Sonata op. 5 n. 2 di Beethoven con Mischa Maisky: il divario interpretativo è apparso evidente fin dalle prime battute. Se Argerich ha imposto un discorso saldo e nervoso, il violoncellista è sembrato più fragile, talvolta incerto nell’intonazione e incapace di reggere il confronto sul piano dell’intensità espressiva. Di tutt’altro segno la celebre Kreutzersonate di Beethoven con Janine Jansen, affrontata con un approccio quasi frenetico: una lettura fortemente virtuosistica, spettacolare e aggressiva, che ha trasformato la sonata in una vetrina tecnica più che in un’indagine sulla scrittura beethoveniana. Il momento emotivamente più alto è giunto però nella seconda parte, con Argerich accanto a Stephen Kovacevich. L’ottantacinquenne pianista americano, entrato con passo incerto e seduto curvo alla tastiera su un seggiolino molto basso, ha ritrovato nella musica di Debussy una sorprendente forza poetica. In En blanc et noir e soprattutto nel Prélude à l’après-midi d’un faune, le trasparenze sonore, i colori sospesi e la complicità musicale hanno restituito l’impressione rara di un dialogo che trascende età e fisicità, affidandosi unicamente alla memoria e alla poesia del suono.
Di nuovo Argerich anche per il concerto di chiusura del festival, che ha trovato il suo baricentro nella seconda parte della serata. La sua presenza carismatica ha assunto i contorni di un trionfo personale, salutato da ovazioni e pubblico in piedi a rendere omaggio alla grande musicista. Nel Secondo Concerto per pianoforte di Beethoven, affiancata dalla Luzerner Sinfonieorchester diretta dal “Konzertmeister” Gregory Ahss, la pianista argentina ha offerto un’interpretazione di rara trasparenza, ammirabile per leggerezza mozartiana e naturalezza del fraseggio. A suggellare la chiusura, la Petite Suite di Debussy a quattro mani con Akane Sakai, momento di intima complicità sonora, affidato a un pianismo cameristico capace di sospendere il tempo. In apertura della stessa seconda parte, il festival ha ribadito la propria attenzione ai giovani interpreti con la presenza della giovanissima Martina Meola, vincitrice del Concorso Chopin per giovani talenti presieduto dalla stessa Argerich, che nella Prima Ballata di Chopin ha mostrato slancio e una musicalità già ben delineata.
La prima parte del concerto, più frammentata nella costruzione, si era aperta con il Trio op. 13 di Beethoven, trascrizione cameristica dalla sua Seconda Sinfonia, affidato ad Akane Sakai con il violinista Gregory Ahss e il violoncellista Samuel Niederhauser, entrambi in prestito dall’orchestra di Lucerna: un’esecuzione elegante e curata, più attenta alla chiarezza formale che a un reale scatto drammatico. Autentico gioiello nella prima parte è stato però la prima assoluta di O Quickly Disappearing Photograph di William Kentridge, opera video concepita sulla musica del Quaderno musicale di Annalibera di Luigi Dallapiccola. Lontano da ogni intento illustrativo, il breve film dell’artista sudafricano prende ispirazione dal mito di Orfeo ed Euridice riletto attraverso il poemetto Orpheus. Eurydike. Hermes di Rainer Maria Rilke per dare vita a una riflessione di densità poetica su memoria e perdita. Una sequenza di immagini in continua metamorfosi con pagine di libri antichi sfogliati velocemente, disegni che emergono e svaniscono da quelle pagine, alberi animati che crescono e si dissolvono e soprattutto i versi di Rilke scorrono sullo schermo mentre la pianista Mirabelle Kajenjeri con grande nitore e concentrazione propone gli undici preziosi cristalli di note dedicati da Dallapiccola alla figlia Annalibera, quasi come una foto destinata a scolorire con il passare del tempo.
Le Piano Symphonique non vuole essere solo vetrina di divi da tastiera, ma anche spazio per giovani pianisti, ai quali è consacrato il ciclo Debutkonzert, ospitato nella Zeugheersaal dell’Hotel Schweizerhof. Debuttanti per modo di dire, trattandosi di musicisti giovani certo ma con carriere già ben avviate. Il siberiano Roman Borisov si è presentato con un programma Mazurche costruito con intelligenza attorno alla forma della mazurka, in un raffinato gioco di rimandi: dall’avvio chopiniano alle riletture di Godowsky e Ljadow, fino al legame più intimo tra Clara e Robert Schumann nel ciclo delle Davidsbündlertänze. Borisov ha mostrato un tocco curato e una sensibilità ritmica attenta alle inflessioni danzanti, rendendo con grazia la Mazurka di Clara Schumann e affrontando con sobrietà la virtuosità di Godowsky. Cuore del recital le Davidsbündlertänze, rilette con chiarezza formale e buon equilibrio fra slancio e introspezione. In Ein Neuer Klang, il greco Fil Liotis ha proposto un programma eterogeneo, concepito più come dichiarazione d’intenti che come percorso stilisticamente rigoroso. Pianista solare e dotato di una simpatia spontanea, conquista facilmente il pubblico, anche se non sempre convince per coerenza e solidità tecnica. Le Symphonic Dances di Bernstein hanno beneficiato di energia e slancio teatrale, i Walzer op. 39 di Brahms sono apparsi più piacevoli che approfonditi; suggestivo il breve omaggio alla tradizione greca di Hatzidakis e Tsitsanis, prima di un Carnaval di Schumann ben caratterizzato ma non del tutto esplorato nella sua complessità poetica.
Né pianistica né sinfonica, la performance Sisyphus in Flow ha trovato il suo senso soprattutto come evento in dialogo con il concomitante Licht Festival di Lucerna. Protagonista assoluto il clavicembalista Jean Rondeau, che ha trasformato la sala grande del KKL in uno spazio immersivo dove musica e luce si sono fuse in un’esperienza sensoriale fuori dai consueti confini del concerto. Al centro della doppia serata, un’improvvisazione di quarantacinque minuti in cui il clavicembalo si è spinto verso territori inusuali, esplorandone timbri e risonanze, mentre le proiezioni curate dal team di light designer Ocubo avvolgevano la sala in un flusso luminoso continuo. Il riferimento al mito di Sisifo si è tradotto in una musica fondata sulla ripetizione e sulla trance, capace di generare un sorprendente senso di sospensione. In questo dialogo tra gesto antico e tecnologia contemporanea, Rondeau, fra gli interpreti più autorevoli soprattutto del barocco francese, ha ribadito con chiarezza la sua idea di clavicembalo non come oggetto museale, ma come laboratorio vivo di sperimentazione sonora — forse anche per dire che il fratello maggiore del pianoforte può essere più giovane e dinamico.
In questa tensione continua tra tradizione e reinvenzione, tra culto delle grandi personalità e spazio dato al rischio e alle voci più giovani, Le Piano Symphonique conferma la propria natura di festival inquieto e necessario, più attento a interrogare il presente del pianoforte che a celebrarne passivamente il grande passato.