A Lubiana il “Tristan” di luce di Robert Wilson

Fra buio, speranza e splendore visivo, l’opera di Wagner diventa un testamento teatrale del grande regista scomparso a luglio

SN

17 febbraio 2026 • 4 minuti di lettura

Tristano e Isotta (Foto Lucie Jansch)
Tristano e Isotta (Foto Lucie Jansch)

Lubiana, Slovenian National Theatre Opera and Ballet

Tristano e Isotta

05/02/2026 - 16/02/2026

«È un’opera che parla del giorno e della notte. E della speranza. Dunque parla della luce. Non dovrebbe essere una storia d’amore tragica. Nulla di cupo. Deve essere luminosa. È gioiosa, non triste. La speranza può abitare anche l’oscurità»: parole che suonano oggi come un manifesto poetico e insieme come un commiato. Tristan und Isolde è infatti titolo ideale per Robert Wilson, artista che sarà ricordato soprattutto per l’uso magistrale della luce, qualità che sfodera con impressionante coerenza anche in questa sua ultima produzione, andata in scena all’Opera nazionale slovena di Lubiana. Un allestimento che, alla luce della scomparsa del regista lo scorso luglio, assume il valore di un vero testamento artistico.

Il segno di Wilson si vede appieno: pochi movimenti, ieratici e stilizzati fino all’astrazione; una recitazione anti-naturalista, scandita da gesti minimi e rituali; il trucco “spersonalizzante” così come i costumi essenziali di Jacques Reynaud, attraversati da suggestioni antiche, che trasformano i cantanti in figure quasi archetipiche; una scena pressoché vuota, abitata più da campi di forza visivi che da oggetti; e soprattutto un uso delle luci di inaudita precisione, impiegate in funzione espressionistica ma sempre nel segno di una sublime eleganza costruttiva. La luce non accompagna l’azione: la crea, la misura, la sospende. È materia drammaturgica primaria, capace di rendere visibile l’invisibile e di far convivere notte e giorno nello stesso istante percettivo.

Lo spettacolo è stato portato a compimento dai collaboratori più stretti del regista, in primis la regista Nicola Panzer e il “Dramaturg” Konrad Kuhn, affiancati da una squadra di fedelissimi. Il risultato è un lavoro che, pur inevitabilmente segnato dall’assenza di Wilson nelle fasi finali delle prove, conserva una straordinaria coerenza stilistica e restituisce intatta la sua visione. Anche laddove si avverte un cedimento dell’iconico rigore formale — soprattutto nel terzo atto, che contraddice in parte il segno austero dei primi due con immagini video di impronta marcatamente figurativa — la tensione poetica non si spezza mai, trovando anzi nel finale un’immagine di suggestiva forza simbolica.

Quello di Lubiana è inoltre il debutto assoluto di Tristan und Isolde in città, e merita di essere elogiato innanzitutto per l’insolito sforzo produttivo condiviso sul piano scenico con Breslavia, dove lo spettacolo arriverà nel 2027, Bruxelles nel 2028 e Madrid nel 2030. Un’operazione di respiro internazionale che testimonia coraggio, visione e capacità di fare rete, tanto più notevoli per un teatro di dimensioni relativamente contenute.

Dal punto di vista musicale, la serata si è imposta per solidità complessiva e per un dialogo costante – talvolta in tensione, talvolta in felice consonanza – con la scena. La direzione di Jacek Kaspszyk alla testa dell’Orchestra dell’Opera nazionale slovena, che nonostante qualche fragilità offre complessivamente una buona prova, privilegia tempi distesi e sonorità turgide, sostenendo efficacemente l’arco drammatico senza perdere di vista il controllo della grande macchina wagneriana. Il cast vocale, nel complesso affidabile, affronta la partitura con impegno e affidabilità, inserendosi con disciplina nel rigoroso dispositivo registico. Daniel Frank è un Tristan dalla voce non particolarmente potente, ma plastica e di bel colore lirico, qualità che gli consentono di attraversare la parte con intelligenza musicale e una certa eleganza espressiva. Edith Haller affronta Isolde con un’emissione vigorosa e una presenza scenica autorevole, pagando tuttavia qualche asprezza negli acuti più esposti. Dubravka Šeparović Mušović, Brangäne, risulta talvolta sopra le righe, con una linea di canto spesso forzata che sacrifica la morbidezza del fraseggio. Di segno opposto la prova di Peter Martinčič, che disegna un König Marke di grande nobiltà, sostenuto da un’emissione morbida e da un fraseggio poetico e partecipe. Jože Vidic è un Kurwenal vocalmente sicuro e generoso, anche se incline a forzare e a trascurare talvolta la finezza stilistica. Assolvono dignitosamente i rispettivi ruoli Ivan A. Arnšek (Melot), Matej Vovk (Ein Hirt), Robert Brezovar (Ein Steuermann) e Aljaž Farasin (la voce del giovane marinaio), completando con professionalità un quadro musicale complessivamente convincente.

Va infine ricordato un dato che contribuisce a definire la portata dell’evento: nonostante quest’opera fosse congeniale alla sua estetica scenica, questo Tristan und Isolde è il primo allestimento dell’opera wagneriana effettivamente realizzato da Robert Wilson, dopo due tentativi mai andati in porto, a Venezia nei primi anni Settanta e a Parigi nel decennio successivo. Ed è anche, inevitabilmente, l’ultimo ma sancisce il coronamento di un desiderio artistico che ha accompagnato Wilson per decenni. Un cerchio che si chiude, lasciando in eredità uno spettacolo che non indulge al tragico, ma sceglie la via della luce, della speranza, di una gioia austera e rarefatta.

A Lubiana il successo è stato netto: sette rappresentazioni tutte esaurite e calorosi applausi anche all’ultima recita al termine della lunga serata, segnata tuttavia anche da diverse defezioni in sala. Un trionfo che suggella non solo una produzione di alto livello, ma anche un addio silenzioso e luminoso a uno dei grandi maestri della scena contemporanea.