A Lione uno splendido Billy Budd
Regia di Richard Brunel, protagonista il baritono Sean Michael Plumb
23 marzo 2026 • 4 minuti di lettura
Opéra de Lyon
Billy Budd
21/03/2026 - 04/04/2026Raramente uno spettacolo mette tutti d’accordo, sia pubblico che critica. E’ il caso della nuova produzione di Billy Budd dell’Opera di Lione, secondo titolo del suo annuale Festival, andato in scena la sera dopo la Manon Lescaut di Puccini con la regia di Emma Dante. Nell’anno in cui si ricordano i cinquant’anni della scomparsa di Beniamin Britten, avvenuta nel dicembre del 1976, il direttore generale ed artistico dell’Opera di Lione, Richard Brunel, firma un nuovo allestimento del capolavoro del compositore inglese riuscito da tutti i punti di vista: vocale, musicale, scenico. Protagonista è il baritono americano Sean Michael Plumb, perfetta incarnazione del marinaio buono e bello quanto dal destino drammatico, che balbetta e sa rispondere solo con la violenza di un omicidio. Il suo canto sa esprimere con la stessa intensità dolcezza e allegria quanto dolore e rassegnazione, che sa essere leggero quando canta con i suoi compagni marinai quanto drammaticamente toccante nelle scene finali prima della sua esecuzione. Tutto il cast è di livello adeguato, citiamo solo il tenore Paul Appleby come il tormentano Capitano Vere, che con i suoi monologhi apre e chiude il dramma; il basso-baritono australiano Derek Welton come il cattivo John Claggart, il maestro d’armi che si accanisce su Billy perché forse, in modo inconfessabile, lo ama e non può averlo; si fa notare il vecchio marinaio Dansker interpretato dal basso Scott
Wilde; ma bravi tutti compreso il coro e i bambini (e le bambine travestite da maschietti) della Maîtrise, la scuola di canto de l’Opéra de Lyon. Sul podio la resa musicale è assicurata dal maestro inglese Finnegan Downie Dear che regala una lettura della partitura approfondita, con i fiati ben calibrati, dolcissimi i flauti, le percussioni incalzanti come in un bolero, il sassofono caratterizzante, e arpe e corni che contribuiscono ad evocare un inusuale paesaggio sonoro che alterna momenti di chiarezza, lucidità, elevazione, ad altri avvolti dalla bruma, e che richiama le più nere profondità, come in mare, come nella mente umana. Tutto ciò è tradotto visivamente in un allestimento che sposta la vicenda fuori dal tempo, non siamo più su una nave da guerra inglese a fine Settecento, al tempo del confronto con i francesi dopo la Rivoluzione, ma in un’imprecisata epoca moderna dove dell’imbarcazione restano solo delle sezioni, delle impalcature a più livelli che definiscono anche la scala gerarchica di potere di quel microcosmo che è una nave. Lo scenografo Stephan Zimmerli ha fatto un estremo lavoro di astrazione corredando le impalcature solo con qualche elemento caratterizzante, dei verricelli, un tavolo, i libri di autori classici del capitano Vere, le amache ocra su cui riposano i marinari. Peccato solo che gli alberi sembrino più dei pali della luce e e le vele delle tende, ma queste ultime diventando effettivamente delle tende dietro cui nascondersi, o nascondere, e sono quindi giustificate in quella forma. Le impalcature si muovono in continuazione dando sempre un nuovo punto di vista, e quindi non ci si annoia a vederle per tutta l’opera, gli attrezzisti sono vestiti pure da marinai e sono perfettamente integrati alle masse artistiche, le diverse altezze su cui cantano i protagonisti sono ben studiate e stavolta non ci sono cali d’effetto delle voci. Le scenografie devono molto anche al lavoro sulle luci ed ai colori di Laurent Castaingt che sa creare i diversi orizzonti su cui si muove la vicenda, marini e mentali, con efficacità e poesia, molte belle le sue brume a cominciare da quella che apre lo spettacolo su cui naviga un modellino dell’Indomitable, la nave del Capitano Vere. I colori non sono volutamente nella declinazione del blu ma ispirati dal grigio-azzurro e bianco-giallo-ocra dei dipinti di tempesta di William Turner. Con meno idee i costumi di Bruno de Lavenère che comunque hanno il pregio di caratterizzare bene i personaggi e farli distinguere chiaramente in un contesto di uniformi. Quanto alla regia, aiutata dal lavoro di riflessione della brava drammaturga Catherine Ailloud-Nicolas, ricorre ad un discreto flashback per movimentare il racconto e soprattutto sottolinea tutte le piste di riflessione che il lavoro di Herman Melville apre, più che il libretto di Edward Morgan Forster e Éric Crozier che tralascia invece, probabilmente per ragione di sintesi, alcune sfumature del romanzo. Soprattutto la figura del Capitano Vere appare ricca di dubbi, che si pone il capitano stesso, sulla correttezza del suo operato e visivamente espressi dai movimenti degli artisti, dagli orizzonti e dalla brume mobili: avrebbe potuto/dovuto salvare Billy Budd? Avrebbe dovuto solo imprigionarlo e farlo poi giudicare da un tribunale a terra? Si è indotti a interrogarsi su giustizia e ingiustizia, su amore e gelosia, su decisione razionali e prese nell’urgenza e sotto l’impeto della paura, dell’ammutinamento dell’equipaggio ma anche del nemico francese che può apparire da un momento all’altro quando la bruma cala. Nessuna pista di riflessione sembra preferita e sottolineata dalla regia, e questo è anche uno dei motivi principali per cui questo Billy Budd è cosi interessante e fa l’unanimità. Alla fine della prima lunghissimi, meritatissimi applausi.