A Garnier un elegante Eugenio Onegin

Il britannico Ralph Fiennes firma la sua prima regia d’opera, sul podio il maestro Semyon Bychkov

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04 febbraio 2026 • 4 minuti di lettura

Eugenio Onegin (Foto Guergana Damianova / OnP)
Eugenio Onegin (Foto Guergana Damianova / OnP)

Opéra di Parigi Palais Garnier

Eugenio Onegin

26/01/2026 - 27/02/2026

Tra messe in scena eccentriche e sovraccariche e altre, al contrario, minimaliste fino al punto da sembrare vuote e quasi in forma concertante solo con costumi e qualche arredo, fa piacere assistere ad uno spettacolo che rispecchia il libretto e non cerca di sorprendere, quasi di rubare la scena a voci e musica, ma di accompagnarle e valorizzarle al meglio. E’ il caso del debutto nell’opera dell’attore e regista teatrale britannico Ralph Fiennes che per l’Opéra de Paris al Plais Garnier ha creato un Eugenio Onegin delicato, elegante, con un gioco interpretativo molto curato e rispettoso del lavoro di Čajkovskij. Queste sembrano le intenzioni, ma purtroppo le scenografie e le coreografie sono discutibili e non rendono completo il successo dello spettacolo, da alcuni definito fiacco proprio a causa di queste mancanze. Le scene di Michael Levine sono dominate da alti e sottili alberi, lascia molto perplessi però la scelta dei colori pastello particolarmente sbiaditi e sopratutto di avere mantenuto lo stesso scenario anche per la festa organizzata per Tatiana che apre il secondo atto, forse per sottolineare che si tratta di un ricevimento in una casa di campagna, ma alla riapertura del sipario si resta delusi di rivedere lo stesso decoro anche se poi si anima diversamente con l’arrivo degli invitati. Se poi le coreografie di Sophie Laplane di ispirazione popolare russa sono piacevoli da vedere nel primo atto, nel terzo, al gran ballo, sfiorano il ridicolo con le ballerine, tutte in nero, che si trascinano inspiegabilmente le sedie, danzatrici oltretutto stranamente non omogenee, una è molto più bassa delle altre, con effetto comico non voluto. A dare un po’ più di vivacità all’insieme ci pensano le belle luci di Alessandro Carletti, mentre i costumi di Annemarie Woods sono accurati, eleganti, più d’effetto quelli di ispirazione russa che del gran ballo. Ma lo spettacolo beneficia di ottime giovani voci e della direzione esperta del maestro russo Semyon Bychkov, appena nominato futuro direttore musicale dell’Opéra de Paris, un’interpretazione calma, ma con i dovuti contrasti, che rispecchia in pieno l’impulsività dell’agire giovanile dei protagonisti, ma anche la rassegnazione degli adulti, che indulge nel languido, facendo assaporare al meglio la freschezza di spirito dei giovani quanto la malinconia dei più maturi, con delicatezza e raffinatezza, contenuti della partitura di Čajkovskij. A riprova della bella sintonia instaurata negli anni tra Semyon Bychkov e l’Orchestre de l’Opéra national de Paris alla fine dello spettacolo il maestro fa salire sul palco anche tutti i musicisti che hanno ricevuto calorosi e meritati applausi. Bychkov cederà il podio per le ultime repliche all’ americano Case Scaglione, da sette anni direttore musicale dell'Orchestre national d'Île de France. Tra i cantanti, perfetta per il ruolo di Tatiana, sorprende innanzitutto la giovane soprano Ruzan Mantashyan di origini armene e formata all’Atelier lyrique dell’Opéra de Paris: timbro un po’ scuro, voce non enorme, ancora da maturare un po’, la famosa scena e aria “della lettera” dovrebbe essere ancora più intensa e drammatica, ma già più che sufficientemente appassionata, con acuti sicuri ben proiettati e dal gioco interpretativo assai convincente sia come giovane un po’ introversa che poi come donna matura e padrona di sé stessa, ricorda molto sul palco il soprano Asmik Grigorian. Altrettanto perfetto per il ruolo il tenore ucraino Bogdan Volkov come Lenski, al suo debutto all’Opéra de Paris, molto applaudito sia per la sua aria del primo atto in cui manifesta tutto il suo amore da poeta per Olga, che poi per quella famosa del secondo, "Dove, dove, dove siete fuggiti, bei anni della mia giovinezza?", prima del duello che gli sarà fatale, entrambe esemplarmente cantate. La prestazione del ruolo titolo invece convince solo alla fine. Il baritono russo-austriaco Boris Pinkhasovich che incarna Eugene Onegin non rispecchia in pieno il personaggio del giovane “originale”, stravagante e annoiato, sembra piuttosto suo padre, e anche se è un solido professionista con bella voce e tecnica sicura, emoziona solo nel finale quando Onegin è diventato più segnato dalla vita e la sua voce riesce ben a trasmettere tutta la sua disperazione ormai senza rimedio. Autorevole poi come deve essere, il Principe Gremin è il basso ucraino Alexander Tsymbalyuk dalla figura distinta, buona anche la prestazione del mezzo maltese Marvic Monreal come Olga, la sorella dal carattere leggero di Tatiana. Contribuiscono alla riuscita dello spettacolo anche il mezzo americano Susan Graham come Madame Larina e il mezzo russo Elena Zaremba nel ruolo della vecchia balia Filipp’evna, inoltre si fa notare il basso Mikhail Silantev nei panni dell’ufficiale al ballo. Davvero infine ben riuscito l’intervento di Monsieur Triquet, l’ospite francese che dedica alcune strofe a Tatiana, interpretato con garbo, finezza e ironia dal tenore inglese Peter Bronder. Efficaci anche gli interventi del coro istruito dalla maestra Ching-Lien Wu. Nella cura con cui sono presentati i personaggi, anche se qui con scene un po’ troppo tristi, traspare comunque tutto l’amore di Ralph Fiennes per la cultura russa, e in particolare per il capolavoro di Puškin. che Fiennes conosce molto bene anche perché già nel 1999, come attore, ha interpretato il protagonista nel film omonimo diretto dalla sorella Martha Fiennes, un amore per Eugenio Onegin che l’ha portato adesso anche alla regia d’opera.