Un ricordo di Frederic Rzewski

Alessandro Mastropietro ricorda il compositore morto il 26 giugno

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Frederic Rzewski
Frederic Rzewski

Il 26 giugno ultimo scorso è venuto a mancare, a Montiano di Magliano in Toscana, Frederic Rzewski. Che il funesto evento sia accaduto in Italia, non è casuale: Rzewski ha operato a lungo a Roma, dove aveva conosciuto e sposato nel 1963 Nicole Abbeloos, tuttora lì residente, e tornava spesso nella capitale o nella campagna toscana dal Belgio, dove aveva fatto base – anche per la sua attività didattica a Liegi – a partire dal 1977; uno dei figli della coppia (Rzewski ne ha avuti poi altri due da Françoise Walet), Jan, è attivo quale sassofonista, improvvisatore e compositore. Nato a Westfield (Massachussets) nel 1938 in una famiglia di origine polacca, Frederic Rzewski aveva ricevuto in patria una preparazione ‘accademica’ solidissima, sia come pianista, sia come compositore (allievo, tra gli altri, di Sessions, Piston e Babbitt) nelle istituzioni più autorevoli, tra cui le università di Harvard e Princeton; ma la svolta sperimentale nella sua attività esplose solo in Europa, dapprima in Italia – dove nel 1960, trascurando un perfezionamento che avrebbe dovuto seguire prima con Dallapiccola e poi con Vlad, interagì invece con Sylvano Bussotti, fondando con lui nel 1962 un duo dedito alla proposta di musica gestuale, partiture grafiche e lavori Fluxus – quindi a Berlino (1964-65), grazie a una borsa di residenza artistica della Ford Foundation. Sin dal 1956, primo anno di partecipazione ai Ferienkurse di Darmstadt, Rzewski si era accreditato come interprete di punta della composizione più recente, grazie alla sua duttilità (pianista agguerritissimo sulle partiture interamente notate di più ardua esecuzione, e performer perfettamente avvezzo alle sperimentazioni recentissime, anche in fatto elettroacustico); memorabili le numerose prime assolute, di autori di primissimo piano internazionale (Stockhausen compreso, del quale curò la première di Plus Minus a Roma), e le sue partecipazioni ai festival di riferimento per la neoavanguardia tutta. sia quella più costruttivista, sia quella dichiaratamente iconoclasta (Nuova Consonanza, Settimane Nuova Musica di Palermo, l’Annual Festival organizzato con Charlotte Moorman a New York nelle sue primissime edizioni).

Al rientro in Italia nel 1966, Rzewski fonda con un gruppo di compositori-performer perlopiù americani il gruppo Musica Elettronica Viva: nato quale collettivo con vocazione elettronica-sperimentale e – in parte – interdisciplinare, MEV diverrà presto un gruppo d’improvvisazione, emblematico del clima libertario e ‘di rottura’ (verso la composizione individuale, verso la divisione tra performer e pubblico passivo, verso la tendenza a usare l’elettronica in tempo differito anziché nella liveness del gesto sonoro, verso il ‘dover essere’ razionalizzante degli assetti di linguaggio) intorno al 1968. Eppure, proprio a partire da allora Rzewski si sarebbe gradualmente allontanato dall’improvvisazione, che continuerà a praticare solo per collaborazioni specifiche (ad es. col sassofonista Steve Lacy), tornando alla composizione in forme e linguaggi differenti dalla stagione precedente: anziché l’imprevedibilità e il materismo dell’informale in musica, o le pionieristiche interazioni mediali ottenute con prototipi di convertitori tra luce/ombra e parametri di suono elettroacustico applicate ai lavori del 1966-67 (Portrait, Impersonation, Projector Piece), l’adozione di tutta la rosa dei linguaggi storici novecenteschi – compresi i più recenti – in un tentativo convinto di agire nella realtà socio-politica, di intervenire nel mondo, facendo leva su codici linguistici che potessero favorire la comunicazione.

I lavori per ensemble intorno al 1970, testimonianze nette e dure contro la violenza e la sopraffazione sociale, semplificarono perciò – in una direzione tra l’aleatorio e il minimalista – gli elementi di linguaggio, senza banalizzarli o porgerli con carica espressiva depotenziata. Negli anni successivi, segnati dal ritorno solo momentaneo negli USA, ne conseguì una straordinaria efflorescenza d’impegnativi titoli solistici per il pianoforte, tra cui spiccano le monumentali Variazioni su El pueblo unido (1975): sicuramente il suo lavoro più noto, tanto da essere inciso e proposto in concerto da molti altri esecutori in tutto il mondo, questa torrenziale serie di variazioni cattura – come tutta la musica – e sorprende in un modo o nell’altro, e catturava soprattutto quando a eseguirla era l’autore, con un’energia travolgente, istintiva e insieme lucida, le sue qualità incredibili di nitidezza, affondo, dosaggio e potenza del suono, il suo phrasing libero e comunicativo, non solo di natura ‘discorsiva’, ma più profondamente e complessivamente fisico-corporea. Molti altri, forse pure più ‘equilibrati’ del monstrum delle Variazioni, i lavori pianistici successivi che meriterebbero una proposta regolare in concerto (ad es., l’eterodosso e graffiante De profundis, in cui eventi vocali si aggiungono omomorfi o si avvicendano ai suoni pianistici): l’auspicio è che gli interpreti più intelligenti e motivati – in Italia, la musica di Rzewski è già nel repertorio di Emanuele Arciuli, e in passato è stata spesso eseguita da Alter Ego, anche col rapper Frankie Hi-nrg – lo (ri)scoprano e lo facciano (ri)scoprire.

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