A Spoleto Lo stupro di Lucrezia di Britten

Il Teatro Lirico Sperimentale “Adriano Belli” mette in scena quest’opera da camera del 1946 sulla violenza e sugli orrori della guerra

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The rape of Lucretia
The rape of Lucretia

Nell’ambito della stagione del Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto va in scena al Teatro Caio Melisso dal 3 al 5 settembre The rape of Lucretia, piccolo grande capolavoro di Benjamin Britten. Piccolo perché è un’opera da camera, che richiede una piccola orchestra (tredici strumentisti) e un piccolissimo coro (una voce maschile e una voce femminile). E scene ridotte al minimo. È più o meno quanto è necessario ad allestire anche The turn of the screw, altro capolavoro di Britten, tanto che è lecito chiedersi se queste due opere siano dei capolavori assoluti del teatro musicale del Novecento anche grazie alla asciutta concisione e all’assoluta assenza di ridondanza, che li rende più incisivi e taglienti delle due opere su cui per decenni si è basata la fama mondiale del compositore inglese, Peter Grimes  e Billy Bud.

La scelta di mezzi così ridotti fu almeno in parte imposta a Britten dalla situazione, perché The rape of Lucretia  venne scritta subito dopo la fine della seconda guerra mondiale e rappresentata al festival di Glyndebourne nel 1946, in un periodo ancora di grandi ristrettezze. Il significato stesso dell’opera è una riflessione sugli orrori della guerra, a cui il coro finale dà una risposta facendo appello alla religione, per cui tutto il dolore ha un significato e ogni peccato è redento nella sofferenza di Cristo. Questa fu un’aggiunta chiesta da Britten stesso - la cui religiosità era sicuramente tormentata ma altrettanto sicuramente profonda - al librettista Roland Duncan, mentre manca nelle fonti storiche e letterarie da cui l’opera venne tratta, ovvero le Historiae  di Tito Livio, i Fasti  di Ovidio e il poema omonimo di Shakespeare. Ma in realtà la fonte diretta del libretto è la tragedia Le viol de Lucrèce (1931) del drammaturgo francese André Obey.

Il soggetto era sicuramente molto forte, coraggioso e anche scabroso per la mentalità dominante nel mondo dell’opera di settantacinque anni fa. È significativo che, ogni volta che quest’opera è stata rappresentata in Italia, il titolo sia stato tradotto come Il ratto di Lucrezia, sebbene Lucrezia non sia stata mai rapita e Tarquinio – introdottosi in casa dell’amico Collatino, che era lontano da Roma – l’abbia violentata sul suo stesso letto coniugale. In realtà nell’inglese moderno il significato di “rape” è molto più crudo e diretto: “stupro”. A quanto mi risulta, è questa la prima volta che in Italia l’opera è presentata con il titolo tradotto esattamente: Lo stupro di Lucrezia.

La regista, scenografa e costumista di quest’edizione è Giorgina Pi, che non per caso, oltre ad avere nel suo curriculum collaborazioni con importanti gruppi teatrali, ha un master in studi e politiche di genere ed è un’attivista nel campo dei diritti delle donne. Afferma che ad uccidere Lucrezia, che si suicida dopo lo stupro, è il fatto che «il pensiero maschile non riesca ad accettare che una donna possa essere autonomamente diversa da come l’uomo l’ha inventata. Incarnare per molto tempo un modello che non si è scelto per la propria vita, può condurre a un lento morire. Il suicidio ne è solo l’esplosione». Per questo ancora oggi entrare nella storia di Lucrezia «significa farsi ancora una volta molte domande, le cui risposte si muovono nell’ambito di continue ambivalenze e fratture». È una storia che come le tragedie greche ha la forza di un mito, «è una tragedia che si tinge di antico grazie alla potente presenza del coro. Un coro solitario, ridotto a una voce maschile e ad una femminile che abitano dalla notte dei tempi questo locale squallido perso nel nulla». E conclude: «in questo viaggio spietato e onirico che Britten ci dona tentiamo allora di immaginare che lasciamo morire ancora una volta Lucrezia affinché fuori dalla scena non capiti più».

Gli interpreti di The rape of Lucretia (eseguita nell’originale inglese con i sovrattitoli in italiano) saranno i giovani vincitori del concorso di canto indetto annualmente dal Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto. Non li attende un compito facile, se si pensa che alla prima del 1946 parteciparono i migliori cantati di lingua inglese del tempo, oggi divenuti dei miti in Gran Bretagna, quali il contralto Kathleen Ferrier e il tenore Peter Pears, che interpretarono rispettivamente Lucretia e il “coro” maschile. Dirige Salvatore Percacciolo, una giovane promessa del podio, che ha già dato belle prove di sé anche a Spoleto.

Dopo l’opera di Britten la stagione spoletina proseguirà con uno spettacolo che mette insieme due intermezzi del Settecento, il rarissimo Ammalato immaginario  di Vinci e la notissima Serva Padrona  di Pergolesi (dal 10 al 12 settembre). E si concluderà con la pucciniana Madama Butterfly (a Spoleto dal 17 al 19 settembre e a Perugia il 20 e 21).

Questa è la settantacinquesima edizione dello Sperimentale e la ricorrenza verrà festeggiata il 5 settembre con un convegno e il 9 con un concerto diretto da Carlo Palleschi, a cui parteciperanno alcuni vincitori del concorso dello Sperimentale negli anni passati - Alec Avedissian, Marina Comparato, Roberto Frontali, Massimo Giordano, Filippo Morace, Daniela Nineva e Veronica Simeoni – e nell’ultima edizione  - Sara Cortolezzis, Oronzo D’Urso e Elena Finelli - in un’ideale unione tra passato e presente.

 

 

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