Addio a Gino Paoli
Muore a 91 anni il musicista genovese, fra gli "inventori" della figura del cantautore in Italia
24 marzo 2026 • 2 minuti di lettura
È morto a 91 anni Gino Paoli, fra gli ultimi sopravvissuti di quella prima generazione dei cantautori che più di ogni altra contribuì a innovare il profilo della musica italiana negli anni del miracolo economico.
Nato a Monfalcone ma cresciuto, come molti dei suoi colleghi e amici, a Genova, Paoli esordisce già nel 1959 per la Dischi Ricordi, che ha avviato le pubblicazioni l’anno prima. I primi singoli mettono in evidenza una personalità vocale ancora immatura, con un’intonazione spesso imprecisa che però – incredibilmente – “funziona”. Ispirato dal rock’n’roll e dal jazz, che suona fin da ragazzo, in questi primi anni Paoli aggiorna il modello della canzone adolescenziale americana (con il classico “giro di do”, su cui sono costruite molte delle sue canzoni più famose) imbevendolo di immaginario francese e bohemièn.
Il pubblico ora vuole divi unici, “autentici”, con cui identificarsi e Paoli, con il suo look “esistenzialista” (come lo definiscono i giornali), con occhiali neri e maglia nera a collo alto, i suoi testi personali e la voce incerta incarna molte delle aspettative dei giovani italiani e delle giovani italiane. “La gatta”, il suo primo grande successo del 1960, sintetizza tutte queste tendenze.
Nello stesso anno Paoli firma anche quella che è destinata a diventare la sua canzone più famosa, “Il cielo in una stanza”, che viene portata al successo da Mina diventando l’icona sonora di una nuova Italia, e di un nuovo modo di pensare la canzone: un brano rivoluzionario, senza ritornello, che – ancora, su un giro di do ripetuto in loop – spalanca un universo di possibilità espressive ancora inedito per l’Italia. Dello stesso periodo è anche la collaborazione con Ornella Vanoni, a cui si lega sentimentalmente.
Al di là delle singole canzoni, molte delle quali sono entrate nell’immaginario condiviso, nei primi anni sessanta Paoli è fra i primi a costruire una certa idea del cantautore come artista “vero”, genio romantico e tormentato che si distingue dall’industria stereotipata della “musica leggera”. Un ruolo che viene rinforzato anche dal tentato suicidio, l’11 luglio del 1963, ampiamente documentato da giornali e rotocalchi.
Nello stesso anno, dopo il grande successo di “Sapore di sale” (1963), Paoli si allontana dal centro dell’industria musicale italiana. Altri modelli di consumo giovanile stanno emergendo – con la British invasion e l’era dei complessi – e altri cantautori raccolgono il suo testimone, coniugando successi di vendita e di critica.
Paoli rimane attivo, ad ogni modo, con esiti alterni lungo tutti gli anni settanta e ottanta fino a centrare un nuovo successo nel 1991 con “Quattro amici al bar”, dall’album Matto come un gatto.
Negli ultimi decenni la sua attività è stata soprattutto quella di interprete di se stesso, sovente a fianco di grandi nomi del jazz, come Danilo Rea ed Enrico Rava: di fatto, Paoli è stato uno dei grandi autori italiani di standard.