Voices of Bishara, le buone nuove di Tom Skinner

Esordio discografico a suo nome per Tom Skinner, il batterista di The Smile e Sons Of Kemet

Tom Skinner Voices of Bishara
Disco
jazz
Tom Skinner
Voices of Bishara
Brownswood Recordings/International Anthem
2022

Dopo aver realizzato nel decennio scorso un paio di lavori intestati Hello Skinny, Tom Skinner – batterista affermato, avendo suonato con Shabaka Hutchings nei Sons Of Kemet ed essendo attualmente parte del trio The Smile  al fianco di Thom Yorke e Jonny Greenwood – firma di suo pugno Voices of Bishara: album piccino nelle dimensioni (sei brani in mezz’ora scarsa), dove però accadono fatti rilevanti.

Ad esempio, compaiono insieme per la prima volta su disco il citato Shabaka (sassofoni e clarinetto basso) e Nubya Garcia (sax anch’ella e flauto), arcani maggiori del jazz britannico contemporaneo. Gli altri due strumentisti implicati nell’impresa sono Tom Herbert (contrabbasso), come il capobanda proveniente dal collettivo londinese F-IRE, e Kareem Dayes (violoncello).

Il quintetto si era aggregato in origine per partecipare a un appuntamento della serie Played Twice in scena al Brilliant Corners, ristorante giapponese a Dalston che ospita eventi musicali: gli artisti coinvolti pescano un long playing dal passato e ne propongono l’ascolto integrale, seguito da un’improvvisazione a tema su quel canovaccio. Nel nostro caso la scelta era caduta su Life Time di Tony Williams, uscito su Blue Note nel 1964.

L’eco più immediata dell’opera in questione è il secondo brano in sequenza, “Red 2”, rielaborazione della sua traccia iniziale, “Two Pieces of One: Red”: sax sussurrante, controcanto di flauto, acrobazie poliritmiche e un vago aroma cameristico. In apertura sta invece “Bishara”: ipnotico esercizio di jazz spirituale vecchio stile, fra Coltrane e Pharoah Sanders, intitolato con un vocabolo arabo traducibile in “chi porta buone nuove”. Ciò rivela un’ulteriore fonte d’ispirazione: aveva quel nome l’etichetta creata nel 1977 dal violoncellista afroamericano Abdul Wadud (misconosciuto caposaldo dell’avant-garde newyorkese di allora, scomparso tre mesi fa) per pubblicare il proprio esordio da solista By Myself. «È stata una mia ossessione durante il lockdown», ha confessato Skinner. E non è incidentale che il primo suono qui percepibile sia generato appunto dall’archetto di Dayes sullo strumento.

Come lascia intuire il curriculum del titolare, l’approccio ai canoni del genere non è esattamente ortodosso: valga a dimostrarlo l’impulso ritmico di natura hip hop che anima “Voices (of the Past)” e dà forma al groove carico di swing di “The Journey”, l’episodio più esteso della raccolta.

Oltre a percuotere le pelli con ingegno ed eleganza, Skinner si è occupato della produzione, adottando la formula del taglia-e-cuci: «Ho preso spunto dai grandi remix dance di gente tipo Theo Parrish, che sminuzzava le melodie e metteva in loop le sezioni. Non sono un purista. Non voglio rimanere ancorato al passato», ha spiegato. Metodo affine a quello utilizzato dall’altro batterista Makaya McCraven per confezionare il recente In These Times: un’analogia rafforzata dal marchio International Anthem impresso su entrambi i prodotti. E se Voices of Bishara non ne uguaglia il livello stratosferico, ci va comunque vicino.

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