Jenny Hval, autobiografia pop tra Deleuze e Dreyer

Il nuovo disco dell’artista norvegese Jenny Hval è un complesso esercizio di semplicità

Hval Classic Objects
Disco
pop
Jenny Hval
Classic Objects
4AD
2022

Altra variazione sul canone “dischi da Covid”, Classic Objects di Jenny Hval contiene le riflessioni fatte dall’autrice durante l’isolamento forzato, quando – dice lei – «Il mio mondo è diventato piccino e ciò mi ha invogliato a scrivere storie semplici».

– Leggi anche: L’algida sensualità di Jenny Hval

Intervistata da “Crack Magazine”, ha aggiunto: «Volevo esprimere una versione più diretta di me stessa». Il risultato è – sulla carta – una narrazione del quotidiano meno concettuale di quanto creato in passato dalla quarantunenne artista norvegese, impegnata lo scorso anno in duo nel “collettivo umanoLost Girls istituito insieme al chitarrista connazionale Håvard Volden, titolare di un avvincente esperimento avant-garde dedicato alle “ragazze perdute”.

«Il mio mondo è diventato piccino e ciò mi ha invogliato a scrivere storie semplici»

Al debutto da solista per l’indipendente londinese 4AD mostra viceversa un aspetto epidermicamente “pop”, ancora più spiccato che nel precedente The Practice of Love (2019). In apertura, “Year of Love” ondeggia in maniera sinuosa e aggraziata su cadenze equidistanti da Giamaica e Africa.

Canta: “Ci siamo sposati in un giorno di pioggia, non è così che fa la canzone? Indossavo jeans neri e codeina, credo per essere certa di sembrare ‘rilassata’”. Salvo concludere costernata: “Nell’anno dell’amore ho firmato un contratto con il patriarcato”.

Sfumatura ulteriore nel suo ritratto di una femminilità sottratta agli schemi maschili, già tratteggiato in Apocalypse, Girl (2015), dove si soffermava sull’invecchiamento del corpo, e in Blood Bitch (2016), con l’accostamento impudente fra mestruazioni e vampirismo. Per interpretarne le intenzioni è necessario prestare attenzione alle parole, tanto più considerandone l’attività parallela di scrittrice, testimoniata finora da tre romanzi.

Prendiamo ad esempio il secondo episodio, “American Coffee”, nel quale rievoca con voce esile uno scorcio autobiografico: “Stavo guardando La passione di Giovanna d’Arco, mentre avevo un’infezione alle vie urinarie. Fissavo il volto di Jeanne, sofferente in bianco e nero. Sono sicura di averla vista farmi l’occhiolino, poi ho pisciato sangue nel bagno in galleria”. Prima, però, si era divertita a citare Gilles Deleuze: “Un concetto è un mattone. Può essere usato per costruire un tribunale della ragione o essere scagliato dalla finestra”. Con elegante nonchalance, esibisce dunque i propri quarti di nobiltà culturale: “Cemetery of Splendour” è una sofisticata elegia ambient che prende nome dal penultimo lungometraggio del regista thailandese Apichatpong Weerasethakul, il cui successivo Memoria ha ricevuto il Premio della Giuria al festival di Cannes nel maggio 2021, e all’apice dell’album – transitando in quasi otto minuti dall’orchestrazione jazz iniziale al torvo epilogo elettronico – “Jupiter” indugia su “Prada Marfa”, bizzarra installazione – un negozio di moda nel deserto del Texas! – dei danesi Elmgreen & Dragset, qui chiosata dallo slogan “A volte l’arte è più autentica, più malvagia”.

Al contrario, il seguente “Freedom” è un breve madrigale dalla consistenza vaporosa, altrettanto denso in termini di significato, tuttavia: “Voglio vivere in una democrazia, un posto dove l’arte sia libera”, proclama l’incipit.

Dopo di che il cerchio si chiude intorno al talamo nuziale: “Chi giace accanto al mio letto, una creatura impossibile, abietta e succulenta”, è l’equivoca immagine con la quale si congeda “The Revolution Will Not Be Owned”, ultimo brano in scaletta. E alla fine si rimane incantati: mimetizzata dietro sonorità seducenti, Jenny Hval sfida l’intelligenza dell’ascoltatore.

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