Lost Girls, il collettivo umano

Primo album per il nuovo progetto di Jenny Hval in duo con il chitarrista Håvard Volden

Lost Girls -Jenny Hval
Disco
pop
Lost Girls
Menneskekollektivet
Smalltown Supersound
2021

Per il mese di marzo 2021, il giornale della musica aderisce – insieme a decine di riviste, portali web e radio in Europa – all’iniziativa #womentothefore dello Europe Jazz Network, a favore della progressiva parità di genere nelle musiche creative.

Comincia dicendo: “In principio non c’è parola e nessun Io. In principio c’è il suono. In principio creiamo con le nostre bocche. Conosciamo chi fa quel suono?”. Dissertazione filosofica alla quale dopo un po’ si somma l’incalzare delle percussioni, mentre la voce si scioglie nel canto e naviga in una dimensione cosmica che sfocia in un crescendo techno: l’effetto è ipnotico. E rappresenta una delle cose più avventurose e migliori ascoltate ultimamente.

– Leggi anche: L’algida sensualità di Jenny Hval

Il titolo in norvegese sta per “collettivo umano”. E in qualche modo definisce la natura del duo formato da Jenny Hval insieme a Håvard Volden, da un decennio abbondante chitarrista nella formazione che l’accompagna dal vivo e già con lei nel 2012 sotto l’insegna Nude On Sand per una raccolta di sette brani d’impronta acustica.

La denominazione attuale, Lost Girls, mutuata da una miniserie a fumetti di “pornografia letteraria” scritta dal celebre Alan Moore e illustrata da Melinda Gebbie, designa invece un’impresa di genere differente, anticipata da una coppia di tracce pubblicate nel 2018 con l’intestazione Feeling. Menneskekollektivet ne propone altre cinque, partendo da quella che lo apre e gli dà nome: si tratta del frutto di alcune sedute d’improvvisazione registrate dai due in studio a Trondheim nel marzo dello scorso anno. Lo stesso contenuto verbale è stato formulato sul momento, anziché predeterminato, in una sorta di flusso di coscienza.

Quanto alla musica, associa all’elettronica – fra cadenze da club e architetture ambient – gli interventi di Volden alla chitarra elettrica, sovente in “stile libero”. Esemplare è il secondo episodio di vasta portata: veleggiando intorno al quarto d’ora, “Love, Lovers” condensa tutti quei fattori in un magma sonoro dai contorni epici che rievoca il pathos ritmico di The Knife, scandinavi pure loro, versante svedese. Ha un sapore diverso il pezzo di chiusura, “Real Life”: tipo una jam session immaginaria fra Arthur Russell, Thurston Moore e Laurie Anderson, dunque – inevitabilmente – grandiosa.

Già responsabile da solista di brillanti e spregiudicati saggi di “avant pop”, da Blood Bitch (2016) a The Practice of Love (2019), Jenny Hval arricchisce così il suo notevolissimo curriculum artistico, di cui fanno parte anche tre romanzi. Nell’ultimo, Å Hate Gud (“Odiare Dio”), edito in patria nel 2018, il narratore a un certo punto afferma: «Posso essere un virus. A volte il virus provoca una lenta disintegrazione, corrompendo le democrazie sociali e gli stati. La malattia che causa si diffonde nel corpo e costituisce il canone di una nuova forma. È un doloroso linguaggio di comunità che può infettarci tutti». Impressionante, vero?!

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