One Single Shot #1: Relatively Clean Rivers

Space rock stile West coast per la prima puntata della nostra serie dedicata ai successi irripetibili (e irripetuti) del pop

GF

16 aprile 2026 • 3 minuti di lettura

Relatively Clean Rivers
Relatively Clean Rivers

Un colpo solo. One Single Shot racconta la storia di quei successi irripetibili – e irripetuti: un solo disco, spesso memorabile, e poi l'oblio. Per scoprirne altri, c'è il libro One Single Shot di Guido Festinese.

Il 1976, esattamente mezzo secolo fa, è quasi un “fuori tempo massimo” per molte vicende legate a quel misterioso oggetto (“che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa”) che s’è convenuto di chiamare “classic rock”.

Si accartocciavano su se stessi e scolorivano i sogni sfavillanti della West Coast di libertà, il cosiddetto progressive rock cominciava a mostrare segni di necrosi e paralisi per eccesso di gigantismo, arrivavano le zampate punk salutate come rivoluzione “autentica” e rock.

Ammesso e non concesso che chiunque predichi, in qualsiasi recinto stilistico, la perentoria “autenticità”di un manufatto musicale  è artefice di una splendida costruzione retorica, non di ruvida essenzialità, e questo succede nelle note popular almeno da “That’s Alright Mama” con l’ugola di Elvis Presley.

In quel 1976 che oggi sembra succosa archeologia, e per tanti una miniera creativa ancora da sondare in profondità, si va a incastonare l’unico disco di una formazione degli States che, in quanto a bizzarria di nome scelto, fa una bella concorrenza ai gruppi prog italiani, quelli che sceglievano di chiamarsi “Consorzio Acqua Potabile” o (e tempo e notorietà hanno diluito la bizzarria) “Banco del Mutuo Soccorso”.

La formazione in questione westcoastiana scelse di chiamarsi Relatively Clean Rivers, fiumi relativamente puliti. Coscienza ecologica in piena sorgiva epifania? Mera fascinazione per le tre parole riunite? E poi, perché “relativamente” puliti? Per prova provata di bagno rituale nelle acque sospette?

Coscienza ecologica in piena sorgiva epifania? Mera fascinazione per le tre parole riunite? E poi, perché “relativamente” puliti? Per prova provata di bagno rituale nelle acque sospette?

Sia come sia, i Fiumi Non Impeccabili furono il prodotto della mente del signor Phil Pearlman, freak barbuto e dai lunghi capelli californiano che i cacciatori di notizie archeo - rock ritrovano anche con Beat Of The Earth ed Electronic Hole: i primi, un disco nel 1967, artefici di avvampanti jam session da spalmare sui due lati del padellone in vinile, i secondi, 1970, più concentrati sulla forma canzone.

Poi arriva questo disco: un piccolo capo d’opera bistrattato della “Cosmic american music” che praticava lo sfortunato Gram Parsons, e che i Grateful Dead lambirono spesso e approfondirono decisamente in American Beauty. Il tutto significa, dunque, psichedelia a briglia sciolta e ricordi di country music elettrificata assieme, e non è ancora finita. Perché qui è dato trovare anche armonie vocali sinuose, echi evidenti di Crosby, Stills & Nash, ascolti attenti di Neil Young, inevitabili derive modali ragarock col sapore di Medio Oriente.

Ne stampò cinquecento copie, Phil Pearlman, e si industriò a distribuirsele da solo, col furgone. Poi basta. Svanito nelle campagne, e diventato cristiano fervente, pare dopo aver trovato una Bibbia sulla spiaggia.

Scrisse Ovidio; “Bene ha vissuto, chi ha saputo nascondersi”.