Le pagelle delle canzoni di Sanremo 2020 (prima serata)

Il commento (crudele) e i voti a caldo delle 16 canzoni della prima serata, da Achille Lauro a Rita Pavone

Sanremo 2020 Festival - pagelle
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pop

È di nuovo Festival di Sanremo; potevamo sottrarci alle pagelle delle canzoni? Forse sì, ma ormai è troppo tardi. Ecco allora le 16 canzoni in gara dopo la prima serata, in attesa degli altri 4 giovani e dei 12 campioni che si esibiranno mercoledì 5. Rigorosamente in diretta, rigorosamente al primo ascolto, con il beneficio di prendere delle grandi cantonate, e senza risparmiare nulla.

 

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I GIOVANI

Eugenio in Via di Gioia, «Tsunami»

Compaiono poco dopo lo spot di Poltrone&Sofà con gli artigiani della qualità che cantano «Romagna mia», e perdono per distacco la gara della simpatia. Pezzo che vuole essere simpatico per forza, e che a forza di ammiccare e ammiccare alla fine bruciano gli occhi. Occasione sprecata.

VOTO 5,5

Tecla, «8 marzo»

«In fin dei conti la vita è come un viaggio», e già la vista si annebbia. Poi il pezzo prosegue con la verve di un brano minore della Mannoia, lo stesso modo di stare sul tempo e scandire le sillabe, lo stesso fastidio, molta meno intonazione. Ci si butta anche in mezzo l’8 marzo che così facciamo il pezzo impegnato: «Siamo petali di vita», «non basta ricordare di una festa con un fiore se qualcuno ci calpesta». Poi esce Amadeus con dei fiori e a me sanguina il naso.

VOTO 4 

Fadi, «Due noi»

Come in ogni canzone indie che si rispetti, a un certo punto ci devono essere delle strade di Bologna e una chitarra acustica equalizzata un po’ a cazzo. La dizione smozzicata per non far capire le parole è – in questo genere di brano – facoltativa. Ma Fadi ce la mette comunque.

VOTO 4 e Premio Calcutta per l'originalità

Leo Gassman, «Vai bene così»

Vestito come me quando il lunedì sera gioco a calcetto (a occhio direi un Decathlon collezione autunno-inverno 2012), Leo Gassman ci ricorda che «La vita là fuori non è sempre a colori». Spiega la pagina ufficiale Rai: «Il brano parla della necessità di accettarsi per ciò che si è e del fatto che errare è umano ma che non bisogna mai arrendersi anche quando il mondo intorno sembra crollare», e «chiude con un coro che ripete cantando la parola “asimbonanga”, espressione zulu che significa “non lo abbiamo visto”». Grazie Leo, asimbonanga anche a te. 

VOTO 3

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I CAMPIONI

Irene Grandi, «Finalmente io»

Per svecchiare un po' una canzone rock vecchissima (firmata da Vasco, tra gli altri) e con delle chitarre elettriche che sembrano registrate con i preset di GarageBand, Irene Grandi sceglie di cantare articolando le parole come Achille Lauro. «Io so’ fatta così» dice, mentre si pulisce i denti con uno stecchino, un po’ coatta di borgata, un po’ imitazione di Anna Oxa.

VOTO 5

Marco Masini, «Il confronto»

La canzone è costruita sull'alternanza casuale tra un registro basso, che da indicazione in partitura deve evidentemente essere cantato leggermente stonato in modo da far capire male il testo, e uno alto di gola che deve essere – a quanto pare – rigorosamente urlato. Per il resto, Masini in versione hipster sembra quei vecchi che bevono il Negroni da barattoli di vetro per sembrare più giovani. Il pezzo comunque tiene meglio di altri, al primo ascolto.

VOTO 6

Rita Pavone, «Niente (Resilienza 74)»

Per questioni di discriminazione territoriale, uscendo poco dopo la Grandi è costretta ad articolare le parole come una madamina torinese («Non haiii maiiii»). Ma del resto lo è. A parte questo, come pezzo rock è molto più credibile di quello di poco sopra scritto da Vasco, e ha anche un titolo che lo fa sembrare un residuo della psichedelia tardi Sessanta. Promossa.

VOTO 7

Achille Lauro, «Me ne frego»

Canotta di strass un po' lotta greco-romana anni Ottanta, un po' Bowie, celata sotto un mantello, e ha già vinto. Il pezzo è inferiore a «Rolls Royce», ma crescerà con gli ascolti. E comunque, Lauro è l’unico che ha capito che Sanremo è trash per sua stessa natura, e ci sguazza come un pesce.

VOTO 8,5

Diodato, «Fai rumore»

Se non chiudesse un pezzo con un arpeggio un po’ alla The Bends non sarebbe Diodato, e anche i saltellini alla Thom Yorke non mettono certo voglia di vivere. Canzone pulitina, sanremese, non male, ben cantata: sparirà dal nostro cervello appena pochi secondi dopo essersi contesa il premio della critica con qualche pezzo rap che sarebbe stato vecchio nel 1995.

VOTO 7 e menzione "voglia di vivere"

Le Vibrazioni, «Dov’è»

Il ruolo de Le Vibrazioni nella storia della canzone italiana è talmente fondamentale che tutti esclamano «Ah giusto, ci sono anche loro» non appena appaiono sul palco dell’Ariston, un po' come quando provi a elencare le regioni italiane e ti manca sempre il Molise. In questo, lo hook della loro canzone – «Dov’èh Dov’èh Dov’èh» – potrebbe facilmente essere riferita tanto alla loro originalità quanto allo stesso Molise. Il brano, comunque, è nel loro stile, meno ammiccante del solito (che vuol dire comunque molto ammiccante). Vestiti in un look a metà tra Corvo rosso non avrai il mio scalpo e una cover band dei Procol Harum, si portano dietro un traduttore che interpreta la canzone nella lingua dei segni, ma che ricorda più il Mauro Repetto dei tempi, d’oro solo vestito meglio (sia delle Vibrazioni che di Repetto. In entrambi i casi, ci andava poco).

VOTO 5,5

Anastasio, «Rosso di rabbia»

Un pezzo rap incazzato è – insieme a quello di Rita Pavone – il pezzo rock più orecchiabile di Sanremo 2020 fino a questo momento, ed è tutto detto. Certo, la novità è altrove: comunque, fa il suo, e bene.

VOTO 6,5

Junior Cally, femminicidio e moralisti a Sanremo

Elodie, «Andromeda»

Il tocco di Dardust e Mahmood si sente, eccome, soprattutto nel sottrarre dall’arrangiamento in controtendenza rispetto alla media di Sanremo, dove tutti invece ammassano. A differenza di «Soldi» (con cui ha diversi punti in comune), però, ci si aspetta per tutto il tempo che succeda qualcosa che non succede mai. Anche se non decolla mai veramente, però, il pezzo ha il merito di stare nel 2020, che per questo Sanremo – giunti a questo punto della serata – è davvero una nota di merito. E in radio funzionerà molto meglio, ci sono pochi dubbi. Elodie canta con stile, e sa stare sul palco.

VOTO 7,5

Bugo e Morgan, «Sincero»

«Amo il sintetizzatore!!!» cantava Bugo nel 2004, e il pezzo che porta con Morgan ricorda un po’ le atmosfere di quel disco (Golia e Melchiorre), un po' quelle dei Bluvertigo, un po’ il mitico duetto tra Little Tony e Bobby Solo al Sanremo 2003, con la differenza che Morgan saltella di più. Qualche sprazzo di puro Bugo rimane («Volevo fare il cantante delle canzoni inglesi così nessuno capiva che dicevo»), ma prevale la malinconia: fanno un po’ tenerezza, residui di una musica alternativa che fu, e che a Sanremo – vent’anni fa – avrebbe fatto esaltare il me adolescente.

VOTO 7 e premio Retromania

Alberto Urso, «Il sole ad est»

Oh, all’una meno venti di un martedì sera quello che ci voleva era proprio «il ritorno del bel canto», e Alberto Urso è qui per ricordarci perché non ne sentivamo la mancanza. D'altra parte, il ritorno del bel canto è un po' come il ritorno dei Savoia: se se ne sono andati, ci sarà anche una buona ragione, no? (E tutti ci ricordiamo cosa successe di quanto tornarono insieme, e fu proprio a Sanremo nel 2013). Un bel tocco di classe mettere l'esibizione prima del collegamento con i sordi che seguono il Festival.

VOTO 2 e Premio Speciale “Italia amore mio”

Riki, «Lo sappiamo entrambi»

Vabbè, per essere un pezzo di Riki potrebbe andare peggio: si lascia cantare, azzarda pure un po’ di vocoder, in radio andrà bene.

VOTO 6

Raphael Gualazzi, «Carioca»

Ci sono alcuni miti in Italia che andrebbero finalmente sfatati: che non si può fare il bagno per tre ore dopo i pasti, che l’ananas fa dimagrire, che Mussolini abbia fatto anche cose buone e che Raphael Gualazzi sia un musicista interessante. Adorato dagli organizzatori dei festival gezz perché permette loro di mettere in cartellone un nome che va a Sanremo, Gualazzi è in fondo una specie di Renzo Arbore triste e senza l'orchestra italiana. Anche se il pastiche sanremese di «Carioca» – con i fiati di Mauro Ottolini – lo porta decisamente in quella direzione. E, potrebbe essere la mancanza di sonno che parla, ma la canzone è tutto sommato divertente. Ma dopo quella cosa stucchevole sulle donne sfregiate con l’acido avrei trovato divertente anche «Eleanor Rigby». 

VOTO 6,5 e Premio Speciale “Il clarinetto”

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