Gang Of Four, il ritorno del post punk marxista

Un cofanetto celebrativo e un prossimo album di tributo onorano la memoria dei Gang Of Four

Gang of Four
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Un paio di notizie ha riacceso di recente l’attenzione sui Gang Of Four, che compongono con Joy Division e Wire la santissima trinità del post punk britannico. È stato annunciato per maggio un doppio disco di tributo intitolato The Problem of Leisure: impacchettato in un involucro illustrato da Damien Hirst, accoglierà cover di brani della band, tra i quali “Natural’s Not in It” rielaborato da Tom Morello (Rage Against The Machine) e Serj Tankian (System Of A Dawn), cui dal primo gennaio – data di nascita del chitarrista Andy Gill, scomparso lo scorso febbraio a 64 anni – spetta il ruolo di battistrada.

– Leggi anche: I Joy Division come un romanzo

Frattanto l’indipendente newyorkese Matador ha reso disponibile – esclusivamente per il mercato statunitense, al momento – il cofanetto 77-81, contenente gli album Entertainment! e Solid Gold insieme a una cassetta zeppa di outtakes, rarità e provini, un volume di cento pagine (con fotografie d’epoca e testimonianze dei protagonisti) e altri due dischi in vinile che documentano un duplice show tenuto all’American Indian Center di San Francisco il 22 maggio 1980. Riascoltando quella registrazione, in parte già circolata in via ufficiosa, mi è tornato in mente il concerto al quale ebbi occasione di assistere il 13 maggio 1981 all’Odissea 2001 di Milano.

Nell’autunno del 1979 ero stato folgorato da Entertainment! e anche se Solid Gold – edito da poche settimane – non valeva altrettanto morivo dalla curiosità di ammirarli dal vivo: mi aspettavo molto, ricevetti tantissimo. Erano elettrici, dinamici, muscolari. Jon King, il cantante, sembrava uno Ian Curtis infervorato dall’impeto attivista, anziché scosso dal tormento esistenzialista. La sezione ritmica – Dave Allen al basso e Hugo Burnham alla batteria – trainava la macchina da guerra con poderosa elasticità. E poi, soprattutto, c’era la chitarra di Gill: affilata e sincopata, feroce e stilosissima. In apertura suonarono “Paralysed”, ouverture minimalista e carica di tensione del nuovo lavoro, e chiusero – al terzo bis – con “At Home He’s a Tourist”, travolgente caposaldo dell’esordio.

Che la reputazione del gruppo si fondasse su quei due album venne dimostrato dall’esibizione del 1° aprile 2016 allo sPAZIO 211 di Torino, l’ultima volta in cui lo vidi in azione: per una metà abbondante arrivava di là il materiale proposto da una formazione nella quale dell’organico originario rimaneva il solo Andy Gill. A quel punto erano trascorsi 40 anni esatti dall’inizio dell’avventura, covata fra le aule del Dipartimento di Belle Arti dell’Università di Leeds e il pub bohémien The Fenton, alimentandosi di una dieta culturale a base di Gramsci, Brecht, Marcuse e Debord, mentre sul piano musicale agiva una potente coppia motrice costituita da punk e funk. Presero nome dalla “banda dei quattro”, appena esautorata e incarcerata in Cina dopo la morte di Mao Zedong, e già a fine decennio la loro fama era sconfinata dal Regno Unito. L’eco delle imprese dei Gang Of Four fu particolarmente influente oltreoceano, incanalando ad esempio la carriera dei Red Hot Chili Peppers (non caso Gill ne produsse il disco di debutto nel 1984) e ispirando quelle di Fugazi, Minutemen e Big Black, così come – per ammissione degli interessati – il percorso artistico di Kurt Cobain e Michael Stipe.

Gang of Four

A certificarne infine lo status in termini di attualità sono gli assi della black music: nel 2016, in Orange, Frank Ocean campionò “Anthrax” per “Futura Free” e lo stesso hanno fatto i Run The Jewels con “Ether” in “The Ground Below”, pezzo forte di RTJ4, nostro album “pop” del 2020.

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