L’alveare mentale degli Wire

Dopo 43 anni e 17 album, gli Wire continuano a produrre il migliore post punk del pianeta

Wire  Mind hive nuovo album
Wire
Disco
pop
Wire
Mind Hive
Pinkflag
2020

A differenza di come accade generalmente alle band di lungo corso, anziché attenuare via via l’attività, in epoca recente gli Wire l’hanno intensificata, realizzando dischi con ammirevole continuità: sei nell’arco di un decennio, questo nuovo incluso.

Ovviamente ciò che conta non è il dato quantitativo, bensì il livello qualitativo costante nel tempo. Prendiamo ad esempio il nuovo album Mind Hive, appunto: impeccabile nella forma, ispirato nei contenuti e sobriamente conciso, essendo costituito da nove brani per una durata complessiva inferiore ai 35 minuti. Ne occupa da solo quasi otto il plumbeo “Hung”, evocando uno scenario da dopo catastrofe: “In un momento di dubbio, venne fatto il danno”.

È un episodio sintomatico della maniera in cui gli Wire interpretano grammatica e sintassi del post punk, ossia il canone che il quartetto contribuì a definire in origine, fin dal lavoro d’esordio, Pink Flag, datato 1977 e omonimo all’etichetta discografica da loro creata nel 2000, lo scorso anno oggetto di ristampa insieme ai successivi Chairs Missing e 154: trilogia divenuta pietra angolare del fenomeno, rendendone gli autori punta di diamante, unica eccellenza londinese accanto ai “nordisti” Joy Division, Fall e Gang Of Four.

Su quella base avrebbero potuto vivere di conserva, o semplicemente consegnarsi a una dimensione museale: invece hanno scelto di misurarsi con l’attualità, in particolare – dicevamo – nell’ultimo periodo. Per tre quarti sono gli stessi di allora: Colin Newman, Graham Lewis e Robert Grey (in passato Gotobed), ormai ultrasessantenni, che affidano al chitarrista Matthew Simms – in organico dal 2010 – il compito di abbassare l’età media e mantenere il suono fresco.

Dimostra qui con quale spirito affrontino l’impresa l’iniziale “Be Like Them”, che su un tetragono arpeggio dal gusto inopinatamente esotico articola una caustica invettiva anticapitalista, dove “gatti famelici che ingrassano” e “cani rabbiosi che squarciano scheletri impilando ossa (…) ti raccontano che devi diventare come loro”. In scia arriva “Cactused”, fonte del titolo dell’opera (“La mente collettiva ad alveare, scansiona in modo algoritmico, difendendo linguaggio ed esplorazione”, recitano i versi d’apertura): canzone in bilico fra post punk e pop, animata dal tipico pathos controllato di marca Wire.

Che ai quattro piaccia ancora aguzzare gli spigoli è testimonianza la seguente “Primed and Ready”, scolpita intorno a un riff di chitarra prossimo al metal incastonato dentro un groove di sintetizzatore vecchio stile, con Newman che intona una melodia soavemente svagata.

A un altro classico registro espressivo del gruppo si riferiscono viceversa “Unrepentant”, “Shadows” e la conclusiva “Humming”: musica del “dopo scienza”, la chiamerebbe Brian Eno. E strada facendo alla pantomima Britpop di “Off the Beach”, che scivola via amabilmente, a dispetto del testo (“La gente giace, senzatetto, morente”), si alterna il quadro poco edificante di ciò che accade oltreoceano dipinto in “Oklahoma”, introdotta da Lewis con queste parole: “Adoro il tuo erotico carro funebre”. Raggiungono così quota 17 nell’enumerazione degli album in un arco di 43 anni. Che dire? Rispetto.

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