Una finestra sulla contemporanea italiana

A Forlì la settima edizione del Festival di Musica Contemporanea Italiana, curata da Fabrizio Ottaviucci per Area Sismica

Festival di Musica Contemporanea Italiana, Michele Rossetti
Marco Michele Rossi (foto Luciano Rossetti | Phocus Agency)
Recensione
classica
Istituto Musicale Masini, Forlì
Festival di Musica Contemporanea Italiana
25 Novembre 2017

Rovesciamo tutto. Partiamo dalla fine. Sì, perché è proprio l’ultimo set della corposa kermesse forlivese che pone problematiche a un festival che ha l’ambizione, da sette anni, di definirsi come Festival di Musica Contemporanea Italianafinestra sulla musica contemporanea italiana.

Tiziana Scandaletti soprano e Riccardo Piacentini pianoforte, ovvero Duo Alterno, presentano una scelta di repertori che vanno dal neo-romantico Lorenzo Ferrero con Canzoni d’amore (1983) ad un Morricone che non ti aspetti con una selezione da Epitaffi sparsi (1992-93) attraverso brani di Luigi Esposito, Azio Corghi e Umberto Bombardelli. Opzione, light a detta degli stessi interpreti, che stride con la linea che Area Sismica e il direttore artistico Fabrizio Ottaviucci hanno sempre voluto dare al festival.

Quella della frattura, della messa in discussione della classicità immersa in una forte idea di contemporaneità non legata ad un freddo dato anagrafico-compositivo, quanto al suo rapporto vitale con la ricerca di nuove forme, suoni, linguaggi. Nello specifico poi, riguardo alla voce, basta pensare a quanti compositori, su fronti diversi, l’abbiano ripensata, anche violentata, in un estremo scenario sonoro (basta citare qui Berio, Sciarrino, Nono, Scelsi, Bussotti). Allora come si fa a non rimanere scettici (e annoiati) di fronte alla voce impostata della Scandaletti su un repertorio che sa di operetta, che si muove sulla forma canzone, condito da una presunta ironia/leggerezza che non funziona e non convince? Sensazioni più o meno simili vissute anche alla fine della prima parte della rassegna di fronte all’attesa prima esecuzione assoluta eBach.01 (2017) di Francesco Abbrescia. Trascinare pagine bachiane nella contemporaneità è obiettivo immane, ad alto rischio. Non basta il talento, il suono inusuale del violino elettrico di Francesco D’Orazio, la strutturazione per quadri appena sporcati e distorti dall’elettronica a salvare un’operazione troppo meccanica, forse da rivedere.

Ma ci sono anche tante luci nella Sala Sangiorgi dell’Istituto Musicale Masini. La prima è quella che accende Anna D’Errico al pianoforte confermandosi interprete sopraffina di repertori non proprio agevoli. Come A Landscape in My Hands (2017) di Daniela Terranova dove la pianista si trasfigura praticamente in percussionista. Una profonda ricerca sulle possibilità sonore dello strumento, attraverso l’uso delle corde, colpite, strusciate, grattate, come dell’intera struttura percossa insieme alla tastiera in una trama dove la tensione accumulata cresce intervallata da brevi lampi accordali dissonanti.

Colpisce anche la succosa brevità di Tre berceuses (1980-81) di Franco Oppo che inganna in apertura con trilli giocosi, ma il gioco si fa subito serio svanendo poi in oscure ombre accennate e lasciate vagare. Tremulo verso allo svolto (2007) di Francesco Pavan cede a tentazioni melodiche tra spruzzi nervosi, scuri arabeschi e cascate in un linguaggio però mai chiuso e autoreferenziale. I tre pezzi dal ciclo Prés (2008-15) di Stefano Gervasoni si guardano un po’ allo specchio in una poetica spaziale tra note lasciate vibrare, gesto e ossessioni classiche.

Con un set minimale, un tamburo eritreo, rullante, due piatti, qualche bacchetta e un tamburello, Enrico Malatesta con il suo Belabor (2017) ci racconta una storia che sa di rito, di cerimonia. Sfugge la presenza di una trama compositiva, lo sviluppo pare ampiamente improvvisato, si concentra soprattutto alla ricerca di vibrazioni, accumulazioni ritmiche. Il piatto usato come amplificatore delle pelli percosse regala un suono ancestrale, ma è forse il gesto sempre calibrato e sottolineato il vero protagonista.

Il talento di Michele Marco Rossi non solo al violoncello ma anche nella presenza scenica è subito evidente. Lucia Ronchetti con la scrittura teatrale di Forward and downward, turning neither to the left nor to the right (2016) lo costringe a muoversi, recitare, suonare in situazioni complesse nel racconto del mito di Teseo e Arianna. Rossi è bravissimo ma l’opera è didascalica, episodica, musicalmente debole. Forte invece e affascinante la scrittura strumentale di Ivan Fedele in Threnos/Hommagesquisse (2016). Lavoro ermetico, stratificato che Rossi, tra sibili e ricchezze di armonici, interpreta con notevole personalità, esaltandone la poetica melodica di ampio respiro.

Qualche minuto per il cambio palco, pedaliere, ampli e ancora corde. È la volta della chitarra elettrica di Carlo Siega. Cratere (2014) di Lorenzo Troiani è un movimento tellurico di onde sonore misteriose, strappi, rumore astratto in una intelaiatura compositiva forse leggera ma molto accattivante. Più strutturato, solido e ossessivo con i suoi fondali radicali ripetuti Sottotraccia (2104-15) di Giorgio Colombo Taccani. Siega è concentratissimo, non lascia scappare nulla, la sua chitarra metabolizza le partiture attraverso un segno rock sovversivo ma anche con l’attenzione a distorsioni visionarie. Chiude con uno dei capolavori di Fausto Romitelli, Trash TV Trance (2002). Saturazioni asfissianti, ipnotismi, allucinazioni techno, volumi contorti. Qui Siega si fa un po’ prendere dalla fretta, comprime troppo tutta questo magma incandescente occultando la ricchezza della trama compositiva che in Romitelli è un elemento non eludibile.

Questa sarebbe stata la chiusura perfetta per la settima edizione del Festival di Musica Contemporanea Italiana. Una finestra ampia aperta su un panorama variegato, contraddittorio, con qualche zona d’ombra ma fondamentalmente luminoso.

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