Wagner e Mahler a confronto

A Santa Cecilia splendido concerto di Daniele Gatti, in sostituzione di Temirkanov, che ha dovuto rinunciare “per importanti motivi personali”

Daniele Gatti (Foto Riccardo Musacchio & Flavio Ianniello)
Daniele Gatti (Foto Riccardo Musacchio & Flavio Ianniello)
Recensione
classica
Roma, Parco della Musica, Sala Santa Cecilia
Daniele Gatti
10 Gennaio 2019 - 12 Gennaio 2019

Daniele Gatti ha rinunciato per motivi di salute a dirigere alcuni concerti con i Berliner Philharmoniker e la Gewandhaus di Lipisia previsti a marzo, ma ora tocca a lui sostituire alcuni colleghi, adesso Temirkanov a Roma e alla fine di questo mese Gergiev a Torino.

A Santa Cecilia Gatti ha in parte modificato il programma previsto dal direttore russo, sostituendo la Sinfonia n. 104 di Haydn con l’Idillio di Sigfrido di Wagner e mantenendo la Sinfonia n. 4di Mahler. Invece di mettere a confronto due capolavori appartenenti alla prima e all’ultima fase della storia della sinfonia, Gatti ha dunque preferito accostare due opere di genere diversissimo di due autori però strettamente congiunti. E a rendere più stringente quest’accostamento, li ha eseguiti quasi senza pausa, abolendo l’intervallo. 

Gatti ha diretto meravigliosamente il brano che Wagner dedicò alla moglie in occasione della nascita del figlio Siegfried. Sebbene il direttore milanese abbia scelto un’orchestra di dimensioni sinfoniche (in realtà Wagner aveva previsto un’esecuzione casalinga con un piccolissimo gruppo strumentale, ma poi egli stesso lo ha diretto anche con grandi orchestre), tuttavia i suoi tempi larghi e comodi e la sua cura infinitesimale dei dettagli hanno permesso di sentire chiarissimamente particolari che in genere restano sempre nascosti (forse a bella posta, perché ritenuti poco consoni all’autore della saga nibelungica, come l’imitazione dei suoni senza senso con cui i genitori di ogni tempo e paese vezzeggiano un neonato). 

Similmente affioravano poi con chiarezza abbagliante i dettagli della partitura di Mahler, talmente numerosi e disparati da poter apparire incongrui e perfino dannosi in una grande architettura sinfonica ma che invece sono essenziali a capire il senso di questa musica.

Ma non vorremmo fermarci ai dettagli, perché Gatti ha offerto un’interpretazione splendida dall’inizio alla fine dell’Idillio wagneriano, che in altre esecuzioni – lo confesso – non sempre ho amato, sembrandomi un po’ artificioso e insincero. Invece l’intimità e l’infinita pace e dolcezza con cui all’inizio i genitori contemplano la piccola creatura aveva questa volta semplicità e verità. Dolcezza e pace anche all’inizio della Sinfonia di Mahler, che però lì appaiono non stati d’animo realmente vissuti come in Wagner ma un’aspirazione senza speranza a qualcosa di irraggiungibile e forse inesistente. 

Non molto diverso il risultato di un raffronto tra le due sezioni successive di queste composizioni. In Wagner il secondo tema, che indubbiamente si riferisce alla passione amorosa tra Richard e Cosima, ha un fuoco eroico che ricorda i duetti di Tristano e Isotta, di Sigfrido e Brunilde. Similmente anche in Mahler, dopo l’idilliaca introduzione, sembrerebbe che inizi una sezione più mossa, appassionata, ma in questo caso lo slancio s’interrompe subito, come agghiacciato da un senso di morte, e la musica si sfalda in brevi frasi sconnesse, senza sviluppo. Sono suggestioni indubbiamente ispirate dall’ascolto ravvicinato, ma hanno un fondamento reale e credo proprio per questo Gatti abbia scelto di accostare due brani che, pur così diversi, hanno entrambi l’infanzia come tema di fondo, l’uno iniziando con la gioia per una nuova nascita, l’altro concludendosi con il canto dei bambini morti per fame durante la guerra.

Ci sarebbe molto altro da dire, in fin dei conti abbiamo parlato solo dell’inizio di questi due brani, ma posso solo aggiungere che tutto è stato magnifico e che la sicurezza, il gesto precisissimo e la capacità analitica di Gatti – che si potrebbe definire maniacale, se non portasse a risultati illuminanti – hanno portato l’orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia a un risultato che non impallidisce affatto al confronto con le migliori orchestre sinfoniche di oggi. Corretta e nulla più invece Rachel Harnisch, il soprano solista, un po’ sacrificata dalla sua collocazione dietro l’orchestra. 

 

 

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