Vicenza Jazz 1 | Il Festival che si organizza da solo

"Di nuovo in viaggio verso la libertà": primi racconti dal festival vicentino

Recensione
jazz
Mentre trascino, in un grigio lunedì qualunque, il rumoroso trolley sul selciato storico di una Vicenza sorniona, quasi imbarazzata dalla propria bellezza, alla vista di un manifesto sulla XXI edizione di New Conversations - Vicenza Jazz ho come una visione sul suo futuro.

Se è vero che uno degli sponsor maggiori della kermesse vicentina è il distributore italiano di una famosa casa automobilistica tedesca, che sta portando a termine il progetto della vettura che “si guida da sola”, ho immaginato come potrebbe funzionare un festival “che si organizza da solo”.

Un sofisticato software analizza il panorama internazionale degli ultimi mesi: le performance dei musicisti, i progetti, le nuove tendenze, la produzione discografica, gli aspetti della critica e così via, e sforna un programma “perfetto”. Poi torno con i piedi per terra, rifletto, come gli ingegneri tedeschi – che più che con problemi tecnici devono fare i conti con quelli etici della “responsabilità” – mi dico che non funzionerebbe. In fondo Vicenza Jazz, ci piace così, con la sua frenesia elefantiaca, le sue imperfezioni: nove giorni di musica, 150 eventi che si incrociano, concerti a tutte le ore in location uniche. Quest’anno Riccardo Brazzale, il direttore artistico, ci ammalia con il titolo Di nuovo in viaggio verso la libertà, e come sempre ci confonde con proposte le più disparate. Una certezza: sul fronte delle responsabilità, preferiamo chi ci mette passione, faccia... e bretelle, alla logica asettica delle tecnologie.



9 maggio – Teatro Comunale / Jazz Caffè Trivellato Bar Borsa
Tre storie afroamericane importanti sul palco del Comunale. Due donne, un valore aggiunto. Il sax di David Murray affiancato dal pianoforte di Geri Allen e la batteria di Terri Lyne Carrington: “Power Trio” per un omaggio a Ornette Coleman, documentato dal recente Perfection. Gli ingredienti ci sono tutti. Ma come succede anche ai più grandi chef, qualcosa non funziona, la maionese impazzisce o il sufflè si sgonfia. Più che un trio, tre musicisti: non c’è interplay, ognuno per la sua strada. Murray ci stordisce subito con fischi e sopracuti, non costruisce una frase, un’idea, quando ci prova balbetta frasi incerte. La Allen accumula una fitta ragnatela di accordi, molto free, un substrato di grande interesse ma che non serve a nessuno. La Carrington brillante e muscolare come sempre gioca con figurazioni rock ripetute, spesso con poco controllo dei volumi. Non tutto è da buttare però, perché la classe c’è e qualche volta affiora. Nel brano inedito di Ornette, una ballad struggente, i tre trovano concentrazione e riescono a trasmettere emozione. Murray convince di più nella breve apparizione con il clarinetto basso, con il tenore invece, per chi ricorda le memorabili performance giovanili, mostra solo tecnica e mestiere. La Allen (gli anni passano ma i suoi occhi sono sempre magici) rimane la più convincente, soprattutto nei soli scuri e di fascinosa costruzione. La Carrington percorre ancora la strada di Tony Williams ma le manca fantasia e misura. Come spesso succede è il bis il momento migliore: un’improvvisazione collettiva di pochi minuti mozzafiato, ma è troppo tardi. Peccato, un’occasione persa. Ma ci rifaremo (?)

A passo svelto dal Comunale si raggiunge il Bar Borsa in meno di quindi minuti. In tempo per la fine del set del trio di Alessandro Lanzoni con Matteo Bortone al contrabbasso, Enrico Morello alla batteria con ospite il sassofonista canadese, ma californiano d’adozione, Ben Wendel.
Concerto piacevole che, nonostante i rumori ambientali, ci conferma la maturità del linguaggio di Lanzoni sia nella costruzione ritmica che negli assoli spesso avventurosi con molte inflessioni classiche. Bortone e Morello si muovono in sintonia come una delle migliori ritmiche di questi ultimi tempi. Il contrabbassista dispensa una pulsione sostanziosa e calda, Morello è impeccabile, creativo, con quel pizzico di ironia che non guasta mai. Wendel merita forse di essere ascoltato in situazioni migliori. Possiede un bel fraseggio morbido, improvvisa ma con molto controllo, forse un po’ troppo prolisso anche quando le idee sono finite. I tre si esaltano in un frizzante finale monkiano. Buonanotte.

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