Una Turandot in rosso-Berio.

Puccini inaugura la stagione di Catania

Turandot (Foto Giacomo Orlando)
Turandot (Foto Giacomo Orlando)
Recensione
classica
Catania, Teatro Massimo Bellini
Turandot
12 Gennaio 2024 - 20 Gennaio 2024

Il Massimo Bellini inaugura la stagione lirica 2024 con un nuovo allestimento della produzione scenica di Turandot firmata da Alfonso Signorini per Torre del Lago 2017, e un risultato complessivo – anche musicale – complessivamente soddisfacente, con qualche perfettibilità. Anzitutto come finale è stato scelto quello ‘nuovo’ di Luciano Berio, che valorizza i tanti spunti modernisti della partitura pucciniana, chiaramente avvertita delle novità europee (Debussy in particolare) in direzione timbrica: quei colori netti e angolosi degli atti precedenti vengono sciolti nel resto della raffinata tavolozza d’impasti, con le percussioni a tastiera in primo piano entro tale traiettoria sinfonica analoga agli eventi sulla scena; ne risulta un’effervescenza un po’ febbrile, che ricorda vagamente Skrjabin, col ché i riferimenti stilistici chiudono il cerchio di una rilettura personale (di fatto da parte d’entrambi i compositori) di un lascito post-wagneriano.

La direzione di Eckehard Stier ha puntato molto sulla precisione e la nettezza dell’ordito sonoro, privilegiando così un gesto generoso e teso: nei tanti chiaroscuri dinamici ben ottenuti e nelle tante magie timbriche soddisfacentemente evocate, la sonorità dell’Orchestra si sono orientate spesso verso il corposo e il nervoso, non senza fatica per gli interpreti vocali sia per l’equilibrio di volume, sia – quanto a sincronismo – per le masse corali, comunque in generale positive nel reggere alla prova senza mai forzare l’emissione. Alcuni interpreti hanno peraltro ottimamente retto il confronto con gli impegnativi ruoli principali: Daniela Schillaci è stata una Turandot assai solida, granitica sia nella grana vocale sia nel fraseggio; Elisa Balbo ha conferito forte emozione e plasticità espressiva alla sua Liù, sciorinando esplicitamene in un paio di messe di voce una notevole escursione dinamica; il Calaf di Angelo Villari non era forse nella sua serata migliore, ma ha portato a casa un risultato più che onorevole ed amalgamato al tutto; come per l’esecutore del secondo cast (Marco Berti, ottime doti nell’articolazione e nello sbalzo drammatico, qualcosa da sistemare nell’omogeneità vocalica e nell’immascheramento). Sempre nel secondo cast, comunque sicure le rese di Anastasia Boldyreva in Turandot (con una proiezione di suono migliorabile) e di Cristin Arsenova in una Liù declinata in modo più intimo. Positivi sia entrambi i Timur di George Andguladze e Gianfranco Montresor (personaggio per entrambi letto nella chiave di una dolorosa gravitas), sia il trio dei dignitari, meglio nell’assieme nella seconda serata (Saverio Pugliese come Pang, Blagoj Nacoski come Pong, Vincenzo Taormina – svettante il giusto nella funzione di corifeo dei tre – come Ping), sia i diversamente statuari e rituali Tiziano Rosati e Mario Bolognesi (un Mandarino e Altoum).

La ricollocazione sul palcoscenico del teatro catanese di scene e costumi concepiti per l’open-air ha forse portato al sacrificio d’efficacia di qualche movimento collettivo, ma ha valorizzato l’impatto cromatico del muro di differenti rossi, contro cui ben risalta il bianco imperiale (ma è anche il colore della morte, nella simbologia nipponica, nonché qui del ‘fantasma’ dell’ava violentata, muta ma concreta presenza scenica), il nero di Calaf, altri cangianti abiti individuali, e il blu che bagna le scene notturne. La regia di Signorini (impegnato a Catania per la seconda volta in questa veste) ha escogitato alcune soluzioni suggestive – come la luna riverberata in globi lucenti portati dalla platea in scena da un corteo silenzioso – che avrebbe potuto ulteriormente sfruttare in termini luministici; è evidente che per il regista la chiave del dramma è – giustamente – il sacrificio d’amore di Liù, e lo sottolinea al punto da farle suggerire – discutibilmente – la risposta dell’ultimo quesito all’orecchio di Calaf.

Pubblico in ogni caso tangibilmente catturato dallo spettacolo, molto plaudente per tutte/i, e numerosissimo soprattutto nella prima replica, con il ciclo inaugurale sold-out già prima della prima.

 

 

 

 

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