Una spaghettata con Benedetti Michelangeli

"Ciro", Sandra Milo e i privilegi della musica classica

Recensione
classica
Un esempio fulgido di quanto ancora sulla stampa italiana, anche la migliore, si insista a perpetuare un evidente e ingiustificato trattamento di favore alla musica cosiddetta "classica" rispetto alle altre (in nome di un malcelato, quanto inveterato convincimento dell’aprioristico maggior valore culturale della stessa), lo troviamo all’interno dell’inserto culturale della domenica del “Sole 24 Ore” del 6 giugno scorso.
In occasione del quindicesimo anniversario della scomparsa del pianista, il giornale dedica un’intera pagina ad Arturo Benedetti Michelangeli (la cui opera interpretativa – lo preciso a scanso di equivoci, ma sottolineando la cui "opera interpretativa" – è senza dubbio tra le cose più sublimi del Novecento musicale), affidando l’articolo principale a Paolo Andrea Mettel, la persona che più di ogni altra è stata vicina all’intrattabile "Ciro" – così era soprannominato il pianista – negli ultimi anni di carriera.
Il fido e fideistico Mettel si può così sbizzarrire in una serie di aneddoti "privati" su Benedetti Michelangeli, già assommando nel primo paragrafo un filotto di doppie aggettivazioni da far impallidire il portavoce di qualche dittatore centrafricano. Ci confessa, il Mettel, come alla morte del pianista si accorse dolorosamente che si dovevano «fare i conti con la realtà», senza più la presenza di Benedetti Michelangeli, senza «potere udire la voce bella e forte, la sua allegra e sapida ironia, senza le volute di fumo del suo sigaro toscano, senza le passeggiate nel bosco» senza – e proseguo riassumendo – gli innocenti scherzi, le stupende mani, la magica tastiera e così via. Grazie a Mettel veniamo a sapere che il Maestro era «gentile e affabile con il giardiniere» (bontà sua!), che si adirava se l’ospite giungeva con qualche minuto di ritardo alla sua spaghettata (spaghetti che, nemmeno a dirlo, pur «tiepidi e compromessi, avevano un sapore squisito»!), che assaporava sotto i baffi una scheggia di parmigiano, che si dilettava a condire abilmente insalate nella sede della Steinway, che c’era uno stuolo di ansiosi pronti a smontare il piano pur di ritrovare un orologio che era invece in camerino, che gustava con piacere la cucina giapponese nella sua suite e così via…

Alt. Fermatevi un istante a riflettere e provate nello stesso articolo a sostituire al nome di Benedetti Michelangeli quello, che so, di Bono o di Uri Caine, o piuttosto di Jim Morrison e Muddy Waters (già che di defunti si tratta). Pur fatto salvo il diritto giornalistico a un pezzo di colore, secondo voi un inserto serio come il domenicale del “Sole 24 Ore” avrebbe mai pubblicato un ricordo della spaghettata di Tim Buckley o dell’insalata condita da John Coltrane? Suvvia…

Perché un concerto di musica classica, fosse anche quello del quartetto più scalcinato del quartiere, è sempre percepito come un evento di "cultura", mentre quello di Caetano Veloso rimane per molti solo uno "spettacolo", per quanto di qualità?
Perché il fanatismo dei tanti ragazzi e ragazze che si fanno ore di fila pur di poter vedere Madonna affacciarsi un secondo al balcone dell’hotel è considerato una sorta di isteria adolescenziale, mentre gli «occhi rossi e il cuore in gola» di Mettel dopo un’esecuzione privata di "At the Cradle" di Grieg da parte del nostro "Ciro" sono un momento sublime da ricordare e da condividere coi lettori?
La risposta forse la anticipava già Sandra Milo, in un momento grottesco quanto fondamentale della nostra cultura nazional-televisiva: «Chi? Ciro? Uddio Ciro! Nooo, Cirooo!»



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