Un Olandese che piace

Wagner al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino

Der Fliegende Holländer (Foto Michele Monasta)
Der Fliegende Holländer (Foto Michele Monasta)
Recensione
classica
Teatro del Maggio Musicale Fiorentino
Der Fliegende Holländer
10 Gennaio 2019 - 17 Gennaio 2019

Il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino propone un nuovo allestimento del primo capolavoro wagneriano, Der Fliegende Holländer, l’Olandese volante, che mancava dalle sue stagioni dalla bellezza di mezzo secolo (1969, Georges Prêtre sul podio, regìa di Frank de Quell), anche se ce ne fu nel settembre ’93  un’eccellente esecuzione in forma di concerto diretta da Myung-Whun Chung con Bernd Weikl, Deborah Voigt e Ben Heppner. Si è trattato nel complesso di una riuscita piacevole, e infatti, a giudicare dagli applausi, assai gradita dal pubblico presente. Paul Curran ha realizzato una regìa fresca e gagliarda, ben ambientata nelle scene semplicissime di Saverio Santoliquido (che però esprime il suo gusto pittorico nel suggestivo vascello fantasma animato dalla grafica di Otto Driscoll) con i costumi di Gabriella Ingram e le luci di David Martin Jacques. Una regìa che ha proceduto fra invenzioni più o meno felici, ma nel complesso, diremmo, di segno positivo. Almeno per chi è disposto, dopo i tanti rovelli ermeneutici esibiti dalla messinscena wagneriana dell’ultimo mezzo secolo e più, a non dare troppo rilievo al versante più misteriosamente “metafisico” della faccenda, qui sbrigato senza troppa originalità, addirittura con tratti di neogoticità darkettona quando Curran trasforma gli spettri dei marinai del vascello fantasma in quella che ci è parsa una reunion dei Kiss, balenante su uno sfondo squarciato da lampi colorati da visione lisergica. Però Curran ha fatto funzionare a meraviglia, con un intenso coinvolgimento attoriale del coro del Maggio istruito da Lorenzo Fratini, le scene collettive di marinai e filatrici. Nel quadro della ballata di Senta sono state vocalmente e scenicamente deliziose le signore del coro, qui lavoranti alle macchine Singer, che del resto avevano una ruota che gira come gli arcolai cari a fiabe e leggende. Il tutto in una chiave di allegro realismo popolare di medio Novecento, in voluto contrasto con la dimensione statuaria dei protagonisti. Curran inventa poi un finale che ci è sembrato molto bello, e che ovviamente non riveliamo. L’esecuzione musicale, con l’orchestra del Maggio guidata dal podio dal suo direttore principale Fabio Luisi, era buona ma passibile di miglioramento, non ancora del tutto risolta. L’impressione era di una ricerca da parte di Luisi di qualcosa, fra le suggestioni diverse, liriche, epiche e fantastiche, della partitura, ma con un approdo non ancora definito. C’era una Senta brava, possente ma anche soave, Marjorie Owens, un Erik intenso scenicamente ma vocalmente un po’ sotto alla parte, Bernhard Berchtold, un Daland efficace ma un tantino sommario, Mikhail Petrenko, un simpaticissimo Timoniere, Timothy Oliver, l’ottima Mary di Annette Jahns, ma ci è un po’ mancato proprio il protagonista, l’Olandese, Thomas Gazheli, di voce non proprio bella e fin troppo estroverso espressivamente a scapito della misteriosa grandezza del personaggio e del suo fascino. Dobbiamo ricordare anche il coro Ars Lyrica di Pisa istruito da Marco Bargagna che supportava da dietro le quinte, per i fuoriscena, il coro del Maggio. Fra pregi e limiti, è comunque è uno spettacolo che piace, e, lo ripetiamo, è stato applaudito a lungo e con calore. Repliche 13, 15, 17 gennaio. 

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