Un concerto fuori programma di Gatti a Santa Cecilia

È stata annullata la prevista tournée a Mosca e l’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia è rimasta a Roma

Daniele Gatti e Kian Soltani
Daniele Gatti e Kian Soltani
Recensione
classica
Roma, Parco della Musica
Daniele Gatti e Kian Soltani
31 Marzo 2022 - 02 Aprile 2022

Oltre al covid la guerra. È così saltata un’altra delle tournée dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, che in questi giorni sarebbe dovuta andare a Mosca per due concerti diretti da Daniele Gatti. Quei concerti sono stati invece eseguiti a Roma ma del programma originariamente previsto è stato mantenuto solamente il Concerto n. 1 in mi bemolle maggiore per violoncello e orchestra, op. 107  di Dmitrij Šostakovič, composto nel 1959 per il giovane ma già famosissimo (almeno in Urss) Mstislav Rostropovič. È un capolavoro della letteratura violoncellistica del Novecento, che cattura dalla prima all’ultima nota l’attenzione dell’ascoltatore per la sua varietà, libertà e fantasia. E naturalmente, ben sapendo per chi lo stava scrivendo, Šostakovič non si è posto limiti nello sfruttare le possibilità dello strumento solista.

Ora l’ha eseguito Kian Soltani, un giovane violoncellista nato in Austria da genitori iraniani, che ad appena venticinque anni (è nato nel 1992) ha firmato un contratto d’esclusiva con la più prestigiosa casa discografica nel settore della musica classica (quella con l’etichetta gialla) e ora suona con le più importanti orchestre, dai Wiener Philharmoniker in giù. Alla prima impressione non sembra così straordinario, perché nell’Allegretto  iniziale non riesce a contrapporsi da vero protagonista al discorso vigoroso, teso, dinamico e tagliente dell’orchestra. Il suono che estrae da uno dei non molti violoncelli costruiti da Antonio Stradivari (il “London ex Boccherini” del 1694, che solo da qualche anno è tornato alla luce dopo che se ne erano perse le tracce per tre secoli) è infatti leggermente deludente quanto a potenza, soprattutto se ascoltato in un auditorium enorme come quello romano. Difficile distinguere quanto ciò dipenda dallo strumento (le cui dimensioni sono nettamente più piccole del normale) e quanto da chi lo suona, ma in ogni caso il limitato volume è compensato dalla purezza e dalla dolcezza del timbro, che permettono a Soltani di eccellere nel pacato e intimo Moderato. Qui è pienamente convincente nel duetto tra violoncello e clarinetto che si svolge nella prima parte del movimento, sebbene Alessandro Carbonare faccia anche meglio del violoncello col suono splendido del suo clarinetto e col suo fraseggio articolato e intenso. Dove veramente Soltani incanta è la sezione finale del movimento, con le sonorità disincarnate e astrali create dagli armonici del violoncello sul delicato sfondo dei violini primi e della tintinnante celesta. Senz’interruzione segue la cadenza, che per la sua durata di circa cinque minuti è un vero e proprio movimento a sé stante: qui Soltani si fa apprezzare per la pulizia e il controllo del suono ma è un po’ – come dire? – timido rispetto a Rostropovič, d’altronde chi potrebbe reggere il confronto? Benissimo infine il quarto e ultimo movimento, che è svelto, brillante, ritmico e non richiede una grande cavata, che - ormai lo si è capito - non è il punto di forza di Soltani. Magistrale l’accompagnamento dell’orchestra diretta da Gatti. Il pubblico applaude calorosamente e solista, direttore e orchestra scelgono come bis un canto popolare ucraino.

Poi Gatti dirige la Sinfonia fantastica  di Berlioz. Attacca il Largo  con un tempo più lento del solito, con sonorità più leggere ed evanescenti, con pause più lunghe e sognanti: un’atmosfera veramente onirica, come indica il titolo di quest’introduzione, Réveries  (Sogni o più esattamente sogni ad occhi aperti). Inizia così una magia sonora che prosegue fino all’ultima nota della sinfonia. Magistralmente graduato il progressivo innestarsi sulle trasognate Réveries  delle accensioni e degli slanci delle Passions, che riscaldano l’atmosfera fino a toni parossistici, per poi tornare gradualmente alle atmosfere sognanti dell’inizio. Nel secondo movimento (Un bal) Gatti incrocia spesso le braccia e sorveglia solo con lo sguardo l’orchestra, che suona il valzer con la naturalezza di un’orchestrina viennese. Ma riprende fulmineamente il comando quando la partitura si fa più intricata o quando vuole dare un particolare rilievo alle colorate interiezioni dei fiati.

Il momento culminante della sua interpretazione è forse la scena campestre. Nel dialogo a distanza tra i due pastori, le melodie dei due strumenti che li rappresentano (oboe e corno inglese) sono così acutamente e vivacemente differenziate che sembra quasi di veder rappresentati i diversi caratteri e perfino le diverse corporature dei due contadinotti, con il sapido realismo di in un quadro fiammingo. E verso la fine di questo movimento, che profondo spleen  instillano nell’animo i nuvoloni neri, che lentamente si allontanano, lasciando una scia di tuoni lontani! Sicuramente nei due movimenti finali il ventisettenne Berlioz voleva lasciare stupefatti gli ascoltatori con la sua strumentazione prima d’allora inimmaginabile e ora Gatti fa suonare ogni singola battuta nuova e sorprendente come la prima volta, riscoprendo tutta l’originalità e la genialità delle innumerevoli idee escogitate dal compositore.

Temo che bisognerà aspettare un bel po’ prima di sentire una Fantastica che possa rivaleggiare con questa. Quelli che c’erano erano della stessa opinione, a giudicare dagli applausi: è un vero peccato che molti ancora non si sentano tranquilli a frequentare teatri e sale da concerto e che quindi molti posti fossero vuoti.

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