Un ballo in maschera al Maggio, Riccardo come JFK
Trasposizione negli anni Sessanta con non poche forzature nella regìa di Valentina Carrasco, il debutto nella direzione d’opera di Emmanuel Tjeknavorian
14 maggio 2026 • 5 minuti di lettura
Sala Grande del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, Firenze
Un ballo in maschera
12/05/2026 - 24/05/2026All’attualizzazione o trasposizione ci siamo abituati e spesso l’abbiamo apprezzata, anche quando ancora non era il verbo o dogma registico universale che poi è diventata, ad esempio nelle diverse riambientazioni di cui abbiamo sempre riferito recensendo gli spettacoli al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino: per stare alle stagioni recenti, ci viene in mente la convincente Tosca anni Trenta e in stile monumental-fascista firmato alla regìa da Massimo Popolizio, ma anche lo sconcertante telefonino di Lady Macbeth che surroga la lettura della lettera nel Macbeth di Mario Martone. Si tratta dunque di trovare con sottigliezza la misura e l’esattezza di trasposizioni concernenti figure, situazioni, conflitti, climi storici e culturali, senza incorrere nell’errore di voler trovare per forza delle corrispondenze e dei parallelismi anche se non ci sono, e senza lasciarsi andare troppo al divertimento citazionista del nuovo milieu a totale discapito dell’originale e del sistema di valori che lo nutriva. Questa misura e questo equilibrio purtroppo mancavano nella regìa di Valentina Carrasco del nuovo allestimento del verdiano Ballo in maschera per l’edizione 2026 del festival del Maggio, con le scene di Andrea Belli e i costumi di Silvia Aymonino.
Una regìa che partiva dall’identificazione fra due leader popolari e amati, il fittizio Riccardo conte di Warwick, governatore inglese della colonia di Boston, e John Fitzgerald Kennedy, ambedue uccisi in un attentato, il che si risolveva visualmente in una chiave di modernariato anni ‘60 che di più non si poteva, e letteralmente costellata dalle foto di Kennedy nell’esercizio del potere e nella vita privata, con tutto ciò che ben conosciamo, compresa Marilyn Monroe. Com’è noto, la vicenda vera che forniva lo spunto era quella di Gustavo III di Svezia e del suo assassinio durante un ballo in maschera a cui anche i congiurati erano stati invitati (soggetto già trattato da un’opera di Daniel Auber su testo di Scribe, 1833), e lo spostamento della trama alle colonie inglesi del Nord America fu causata dal veto della censura a inscenare un regicidio quando era ancora fresca la vicenda dell’attentato di Felice Orsini a Napoleone III. C’è da dire che il caso poliziesco di Gustavo III fu rapidamente risolto con la pronta individuazione dei colpevoli, gentiluomini frequentatori abituali della sua corte, mentre quello di Kennedy fu forse intorbidato a bella posta nella sua genesi, dopo l’individuazione del presunto colpevole materiale Lee Oswald (diciamo presunto perché non arrivò mai a processo essendo stato freddato da Jack Ruby). Tra questi due personaggi storici quello immaginario, Riccardo, viene invece ucciso per feroce ma rettilinea vendetta personale che si consuma quando ai due congiurati, colpiti negli affetti e nel rango, si associa Renato, braccio destro e amico di Riccardo, e da Riccardo tradito perché innamorato della moglie di Renato.
Ciò che accomunerebbe Riccardo e Kennedy, nell’idea della regìa, è l’amore dei sudditi-popolo-cittadini, e una tendenza a fare il proprio piacere e la propria volontà, che come sappiamo in Kennedy poté assumere anche tratti brutali nella sfera sessuale, cosa che la Carrasco sembra attribuire anche a Riccardo, il cui appassionato colloquio con Amelia, nel secondo atto, a un certo punto sembra quasi prendere i tratti di uno stupro; ed è uno sbaglio, perché nel Riccardo di Verdi il gioco del potere, la consapevolezza del potere, non è certo così cruda, anzi si ammanta di un’aristocratica e capricciosa leggerezza che entra in conflitto – attraverso l’innamoramento per la moglie del suo migliore amico e consigliere, Renato – con una sua rettitudine di fondo, fino a farne il personaggio tenorile più ammaliante e complesso del catalogo verdiano, e dunque, forse, il più difficile da centrare.
Valentina Carrasco ha trattato questa suggestione, che poteva anche essere interessante (ad esempio nel trasformare il campo dei condannati a morte del secondo atto in uno slum popolato da prostitute e tossici) con pesantezza di mano e soluzioni veramente tirate per i capelli, tra l’altro stabilendo un’equivalenza che ci è sembrata quanto mai stravagante, anzi, diciamo di più, sbagliata del tutto, fra la maga Ulrica e il martire nero Martin Luther King (e allora Renato chi sarebbe ? Il vicepresidente Lyndon Johnson ?), sulla base di una loro comune statura di leader di un popolo nero, la cui oppressione è ricordata visivamente da tanti elementi, foto d’epoca riguardanti la segregazione razziale, le toghe da cantori di coro gospel, lo spettro del Ku Klux Klan, la sagoma di cartone di Duke Ellington al pianoforte, in una congerie di riferimenti anche troppo affastellata e non ben governata; per non dire della festa finale con le cheerleader e le maschere dei personaggi di Disney, e dello stravagante finale in cui l’ultimo saluto del morente Riccardo ai suoi “figli”, cioè, ovviamente, sudditi, qui inscena la moglie (una Jacqueline Kennedy con tanto di tailleur rosa, quello famoso) e i figli in senso stretto. La scena del ballo e dell’assassinio, anche troppo ingombra, impediva così la presenza della piccola orchestra di soli archi in scena a accompagnare le danze, una presenza che invece ci è sempre sembrata un elemento irrinunciabile, perché porta fino in fondo la dialettica del personaggio e del suo milieu fra capricciosa leggerezza, festosità e frivolezza, e tragedia reale.
E cioè ciò che costituisce l’essenza di questa partitura verdiana, il tratto, per così dire, latamente di commedia mozartiana che le viene comunemente attribuito, e ne fa una delle opere di Verdi più difficili da centrare anche dal podio. E sul podio debuttava nell’opera l’austriaco Emmanuel Tjeknavorian, un giovane direttore che nasce violinista e poi è passato al podio, fresco d’aver vinto il premio Abbiati come miglior direttore 2025 (in particolare per la sua esperienza di direttore musicale dell’Orchestra Sinfonica di Milano: ne ha parlato sul GdM, e positivamente, Stefano Jacini), in particolare, nella motivazione del premio, “per la sua energia, chiarezza e per l'approccio narrativo alla musica, ereditato dalla sua esperienza come solista di violino”. Energia e chiarezza non gli mancano di sicuro, e a guardarlo dirigere si sarebbe detto che non fosse certo questa la prima volta che presiedeva a un’opera. Quanto al cast, ci è piaciuto in modo particolare il baritono Bogdan Baciu, di intensa ma sorvegliata nobiltà in particolare nella sua aria più celebre e toccante, “Eri tu che macchiavi quell’anima”; ci ha conquistato la bellezza del timbro di soprano lirico di Chiara Isotton, Amelia; abbiamo apprezzato per incisività e doti sceniche Ksenia Dudnikova e Lavinia Bini, Ulrica e Oscar, nonostante la stranezza delle scelte registiche, con quanto si è detto di Ulrica, e la trasformazione di Oscar in personaggio femminile, una giovane segretaria, una scelta obbligata visto che JFK paggi non ne aveva ma una segretaria di fiducia-complice forse sì, il che però toglieva molto alla singolarità mozartiana del personaggio. Ben scelti anche il Silvano di Janus Nosek, il Samuel di Mattia Denti e il Tom di Adriano Gramigni. Il protagonista era Antonio Poli che ha cantato con bravura e generosità, ma forse non ha ancora la ricchezza di sfumature e il tratto signorile del personaggio, complice anche, diremmo, la regìa. Orchestra e coro in forma come sempre, applausi cordiali a tutti, ma robusta bordata di fischi all’uscita della regista e del suo team. Repliche fino al 24 maggio.