Tutte le voci del Trovatore

A Trieste con la regia di Louis Désiré e la bacchetta di Jordi Bernàcer

GD

09 marzo 2026 • 4 minuti di lettura

Il Trovatore (Foto Fabio Parenzan)
Il Trovatore (Foto Fabio Parenzan)

Teatro Verdi di Trieste

Il Trovatore

27/02/2026 - 08/03/2026

Dopo un’assenza lunga otto anni a Trieste è tornato Il Trovatore di Giuseppe Verdi, ritrovato nell’allestimento di Louis Désiré coprodotto con l’Opéra de Saint-Étienne e con Città di Marsiglia – Opera. Dopo il debutto francese di tre anni fa, lo spettacolo approda in Friuli e subito invade la sala del Teatro Verdi con tutta la sua oscurità. Infatti, la regia imposta il racconto visivo del libretto di Cammarano a partire da qualche pannello verticale colorato di un metallo ossidato che fa rima con le tenebre perenni che contornano la scena. Se dal punto di vista musicale la produzione è stata costruita in seno allo sfarzo, non si può dire lo stesso sul fronte della messinscena, il cui eccessivo minimalismo privo, purtroppo, di contenuti che vadano oltre la forma, non fa altro che scadere nella vacuità generale (lo stesso vale per la vaghezza dei costumi curati da Diego Méndez Casariego). In più, occorre biasimare ciò che da molto tempo è una costante nel teatro d’opera, ovvero l’impiego di mimi e figuranti coinvolti in coreografie fuori luogo e spesso sull’orlo del ridicolo che, a loro volta, rischiano di confondere ulteriormente lo spettatore, in questo caso già alle prese con la trama probabilmente più intricata della storia del melodramma. 

Sul versante musicale non si è badato a spese, considerando lo stardom di molti degli interpreti coinvolti. A imporsi su un cast comunque molto valido è stata Anna Pirozzi (Leonora) che, sebbene sembrasse in una condizione fisica non proprio ottimale durante il primo atto (forse colpa della stanchezza o della bora triestina), ha subito aggiustato il tiro grazie all’estrema professionalità che la contraddistingue e, ovviamente, per merito della sua splendida voce. Lo strumento da puro soprano lirico-drammatico le ha consentito di tratteggiare il personaggio alternando correttamente lo slancio lirico dei momenti più elegiaci e la svettante drammaticità di quelli più tragici. Semplicemente grandiosa durante il quarto atto (in generale l’apice della serata), la cantante napoletana ha modellato la propria voce all’insegna della duttilità interpretativa. Il recitativo precedente “D’amor sull’ali rosee” è stato magnificamente declamato grazie alla diligente attenzione prestata all’intelligibilità e al senso narrativo della parola verdiana e per merito di un’incantevole mezzavoce dischiusa tra le pieghe emotive del tormento di Leonora; altrettanto impressionante è risultata l’esecuzione del “Miserere”, impreziosita da un’esaltante interpolazione, rispetto alla tradizione esecutiva, da parte del granitico registro acuto. Accanto a lei, Yusif Eyvazov ha compensato il colore non proprio irresistibile della propria voce (limite ravvisabile soprattutto nei duetti, quando affiancato dalla sublime dolcezza timbrica del soprano, come si è carpito ascoltando “L’onda de’ suoni mistici”) con la dizione perfetta (forse persino superiore a quella di molti cantanti italiani), la potenza dell’emissione e la buona intonazione, anche nelle puntature più estese (coronate da lunghi applausi come quello al termine della muscolare esecuzione della Pira). Il tenore azero si conferma un interprete generosissimo, come attestano l’espressività scolpita nella recitazione e lo studio dei dettagli musicali, tutto ciò ben evidente durante l’ottima resa di “Ah sì, ben mio, coll’essere”. Youngjun Park si è fatto apprezzare per la fermezza dello strumento e per l’accuratezza riservata al fraseggio (notevole in “Il balen del suo sorriso”), mentre dal punto di vista drammatico il suo Conte di Luna è apparso un po’ limitato da un’eccessiva rigidità recitativa. Daniela Barcellona ha debuttato Azucena adottando lo stile belcantista per cui è nota: il carattere della zingara è emerso in un intrigante realismo psicologico, che con la progressiva frequentazione del ruolo da parte del mezzosoprano potrà acquistare anche maggiore pregnanza. Tecnicamente si è notata qualche spiacevole oscillazione nel vibrato del registro acuto, ma che è stata subito bilanciata dalla bellezza del fraseggio con cui ha scandito, abbandonandovisi, “Ai nostri monti ritorneremo”. Carlo Lepore (Ferrando) ha esibito adeguatamente il suo stentoreo vocione da basso tuonante; peccato per un vibrato non sempre stabile.

Sul podio Jordi Bernàcer ha offerto una conduzione troppo schematica, tendente al tedio e priva del giusto equilibrio tra la cantabilità melodica e le dinamiche infuocate che caratterizzano l’opera, due elementi non amalgamati a sufficienza. Inoltre, talvolta si è percepito uno sgradevole scollamento tra la buca e i cantanti, anche per colpa di alcuni gradini che rialzavano inutilmente la scena e allontanavano ulteriormente gli orchestrali dal palcoscenico. Nonostante ciò, l’orchestra e il coro (preparato da Paolo Longo) del Teatro Lirico Giuseppe Verdi si sono distinti per solidità tecnica e omogeneità interpretativa.

Uno spettacolo riuscito a metà, ma applaudito entusiasticamente dal pubblico triestino anche al termine della recita del 6 marzo.