Trovatore in penombra

Il trovatore firmato da Wilson e diretto da Steinberg inaugura il Comunale di Bologna

Il Trovatore (Foto Lucie Jansch)
Il Trovatore (Foto Lucie Jansch)
Recensione
classica
Teatro Comunale di Bologna
Il Trovatore
22 Gennaio 2019 - 29 Gennaio 2019

 Il Teatro Comunale di Bologna ha inaugurato la stagione d’opera 2019 conIl trovatore nella lettura registica di Robert Wilson. È la stessa che ha debuttato lo scorso settembre al Festival Verdi di Parma, ora presentata però con alcune necessarie modifiche, dovute agli spazi differenti dal pittoresco Teatro Farnese (per il quale era stato ideato) e alle diversità tra le due partiture (a Parma era stata inscenata la versione francese “Le Trouvère”). 

La poetica di Wilson è ricorrente: per lui (come ha dichiarato durante la conferenza stampa) “quello che si vede sul palcoscenico è un prisma del pensiero, quello che fanno gli artisti anche”. Le modalità con cui traduce questo in scena si ripetono di allestimento in allestimento, non sempre producendo valide soluzioni. Anche ora le sue visioni sono inquadrate da strisce di luci al neon e dominate da bianco e nero, cui si aggiunge straordinariamente il rosso. Allo stesso modo l’intreccio della trama è scandito dal ritmo delle luci, dallo stagliarsi dei costumi scuri (di Julia von Leliwa) sul fondale chiaro, dai movimenti meccanici e prestabiliti dei personaggi, che precludono ai cantanti qualsivoglia intervento. Su questo pattern si incastra uno sconnesso susseguirsi di suggestioni e simbolismi, che se in altri contesti sono stati molto efficaci, risultano qui spesso velleitari, come le proiezioni video e le comparse di fantasmi della Parma vissuta da Giuseppe Verdi, che non hanno alcuna relazione con la trama. Il risultato è uno spettacolo monotono, posticcio e privo di continuità, che demanda tutta l’interpretazione al piano musicale. 

Vasily Ladyuk sostituisce Dario Solari come Conte di Luna, Riccardo Massi è Manrico, Guanqun Yu è una Leonora aderente al dettato verdiano e riscuote sonora approvazione, così come l’Azucena di Nino Surguladze.

La produzione ha un esito controverso, e nemmeno la direzione di Pinchas Steinberg entusiasma, tanto che a fine spettacolo, insieme agli applausi, si leva qualche voce di dissenso. 

 

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