Tra i rumori e i colori del Ravenna Festival I

Da “Junun” alle foto di Lelli & Masotti

Recensione
classica
Seguendo nello scorso fine settimana alcuni appuntamenti del ricco cartellone che il Ravenna festival propone per questa sua XXVIII edizione abbiamo potuto annotare che, oltre ai variegati “rumori” raccolti del titolo scelto per questa annata, “I rumori del tempo” appunto, le diverse linee tematiche che si intrecciano lungo la fitta programmazione – da “Rivoluzioni in musica” a “Ravenna eterna: città di Dante, città del mosaico”, fino ad arrivare alla “Grande musica” e all’“Incanto della danza” – mescolano anche un fascinoso caleidoscopio di colori, generati dall’incontro di diversi linguaggi e forme artistiche.

Una tavolozza variopinta è stata offerta, per esempio, da “Junun”, progetto accolto nel filone tematico titolato “Passaggio in India”, che ha proposto un impasto di musica popolare tra occidente e oriente, miscelando stilemi pop-rock e tradizione indiana. Sviluppata a quattro mani da Jonny Greenwood (chitarrista dei Radiohead) e dal compositore israeliano Shye Ben Tzur, questo progetto prende il nome da un lavoro discografico realizzato per l’etichetta Nonesuch Records e prevede la partecipazione di “The Rajasthan Express”, un'orchestra tradizionale indiana caratterizzata da esuberanti colori strumentali come abbiamo potuto appurare fin dai primi momenti di questo concerto, con i vari componenti che passavano tra il pubblico suonando e danzando per poi salire sul palcoscenico del Pala De Andrè. Brano dopo brano abbiamo potuto apprezzare il canto personale di Ben Tzur, che ha plasmato le sue melodie miscelando le lingue hindi, ebrea e kurda, unito agli interventi alla chitarra e al basso di Greenwood, un poco in ombra specie nella prima parte del concerto. Più evidenti i contributi del componente della band inglese in occasione degli innesti di campionamenti ritmico-elettronici che, di tanto in tanto, andavano a fare da controcanto alla sessione di percussioni della formazione indiana. Una sequenza di colori musicali vivaci, leggeri e popolari, che ha coinvolto il pubblico presente, chiamato a danzare sotto il palco fino alla fine di una serata terminata tra gli applausi.

Con il primo appuntamento della rassegna “Musica e cinema” si è virati al bianco e nero di uno dei capisaldi del cinema espressionista: “Il gabinetto del Dottor Caligari” di Robert Wiene, proposto con il commento sonoro realizzato in live electronics da Edison Studio. Il quartetto formato da Mauro Cardi, Luigi Ceccarelli, Fabio Cifariello Ciardi e Alessandro Cipriani ha plasmato una colonna sonora in tempo reale richiamando idealmente la tradizione del cinema muto, innestando su questa base da un lato soluzioni capaci di rafforzare la valenza drammaturgica – come, per esempio, il rumore dei passi di uno dei personaggi nella sequenza che lo vede aggirarsi nel suo appartamento – dall’altro elaborando frammenti del linguaggio verbale utili a creare un binario narrativo più didascalico. Il tutto amalgamato attraverso un’efficace spazializzazione e una scelta della cifra timbrica dei suoni miscelati che hanno valorizzato la potenza visiva delle inquadrature, delle ambientazioni sceniche acute e distorte, delle atmosfere ancora oggi molto pregnanti, custodite da questo capolavoro cinematografico datato 1919-20, qui proposto nella versione restaurata da Cineteca di Bologna in collaborazione con Munchener Filmmuseum – Cinémathèque Royale de Belgique.

Un diverso “bianco e nero” alimenta un’altra dimensione proposta dal tema “Tra fotografia e cinema” nell’ambito della quale abbiamo visitato la mostra “Musiche”, un viaggio fotografico in cui il panorama musicale contemporaneo ci viene offerto attraverso le figure dei suoi protagonisti. Compositori e musicisti si susseguono in istanti fermati dagli scatti di Silvia Lelli e Roberto Masotti, un racconto per immagini che dagli anni Sessanta arriva all’oggi, mischiando generi e ambiti storico-stilistici attraverso i movimenti cristallizzati di interpreti che appaiono come i veri attori del gesto musicale, ora plasticamente attuato, ora soltanto evocato: da Keith Jarrett a Arvo Pärt, da Lou Reed a Mstislav Rostropovič, da Astor Piazzolla a Leonard Bernstein, da Riccardo Muti a Luigi Nono, da Demetrio Stratos a Pierre Boulez, da Laurie Anderson a Lucinda Childs, ma l’elenco potrebbe continuare a lungo. Una miscela di espressività che trova forma compiuta nella densità pulita e intensa del bianco e nero distillato dai due fotografi originari di Ravenna ma milanesi di adozione. Accanto a questa mostra si trovano i colori e i rumori più vividi e dinamici della videoinstallazione “Vuoto con memoria” di Silvia Lelli, realizzata appositamente per Ravenna Festival. Composizione di video e immagini che, contrappuntate dai suoni spazializzati composti da Luigi Ceccarelli, testimoniano un lavoro di ricerca sviluppato negli ambienti silenziosi e deserti di quel fascinoso relitto architettonico rappresentato da Palazzo San Giacomo a Russi, qui restituito attraverso un’astrazione poetica audiovisiva nella quale ci si immerge volentieri.

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