Tra i rumori e i colori del Ravenna Festival (2)

Da Valcuha e l'Osn Rai a Giovanna d'Arco secondo Dreyer

Recensione
classica
Ritornando lo scorso fine settimana tra “I rumori del tempo” che segnano la XXVIII edizione del Ravenna festival ci siamo subito immersi nei vividi colori del Concerto per pianoforte e orchestra in la minore op. 54 di Schumann, proposto con la direzione di Juraj Valčuha alla guida dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai e con David Fray al pianoforte. Assieme al pubblico presente venerdì sera al Pala De André siamo stati avvolti dalle suggestioni che, fin dalle prime note, sono emerse da questa pagina, dove il fascino del romanticismo schumanniano ha rinnovato le sue malie, distillate grazie all’accurato equilibrio con il quale il compositore ha miscelato i rapporti e le proporzioni espressive tra solista e orchestra. Caratteri gestiti da Valčuha con una misura grazie alla quale, più che la vivacità dinamica che innerva i tre movimenti, è affiorato quel carattere unitario che, se da un lato è parte strutturale di quest’opera, dall’altro ha avvolto l’interpreazione in un sottile velo di uniformità. Una qualità di lettura che ha trovato conferma nel pianoforte di Fray, capace di attraversare i momenti di maggiore evidenza solistica con personale espressività, per poi rientrare in una dimensione maggiormente omogenea nei dialoghi più organici con l’orchestra. Un approccio equilibrato che il pianista francese ha confermato anche nel brano fuori programma che ha offerto al pubblico, ideale riverbero del recente lavoro discografico dedicato a Chopin uscito qualche mese fa per l’etichetta Erato. La seconda parte della serata è stata dedicata al poema sinfonico “Eine Alpensinfonie” op. 64, ultimo grandioso affresco sinfonico di Richard Strauss nei cui articolati meandri Valčuha è entrato con coerente sguardo interpretativo, restituendo i 22 quadri nei quali si articola la partitura con indole attenta ed efficace. Il direttore slovacco ha così guidato l’imponente compagine orchestrare plasmando con equilibrio i caratteri timbrico-armonici che delineano i diversi momenti narrativi, permettendo alle differenti classi orchestrali di emergere attraverso un’espressività a tratti suggestiva.

Se, come ha ricordato Cesare Fertonani nelle note al programma, nell’ottobre del 1915 il debutto della pagina straussiana aveva generato perplessità nella critica che è arrivata a parlare di “Kinomusik” (“musica-cinema”), in riferimento al descrittivismo dell’opera, proprio al rapporto tra le due arti era dedicato l’appuntamento che abbiamo seguito la sera successiva, dove veniva proposto il film “La Passion de Jeanne d’Arc” di Carl Theodor Dreyer, secondo appuntamento della sezione tematica del festival ravennate titolata, appunto, “Musica e cinema”. Il lavoro di Dreyer, datato 1928, era accompagnato dalle voci a cappella dell’Orlando Consort, che hanno offerto un’evocativa selezione di musiche del XV secolo, scelte fra quelle composte fra il 1412 e il 1431, periodo in cui visse Giovanna d’Arco. Una contestualizzazione che ha rappresentato uno dei tasselli che hanno composto un affresco fortemente drammatico, grazie al quale sono risuonati nella basilica di San Francesco gli intarsi vocali di compositori quali, tra gli altri, Guillaume Dufay, Hymbert Salinis, Gilles de Binchois, Johannes Le Grant, in un continuo e intenso rimando con le immagini del film proiettate sull’altare della basilica. Un denso caleidoscopio drammaturgico dove il potente bianco e nero delle sequenze cinematografiche si compenetrava con gli evocativi colori musicali restituendo eco ideali delle atmosfere dell’epoca. L’ensemble inglese – Matthew Venner controtenore, Mark Dobell tenore, Angus Smith tenore, Donald Greig baritono e con Robert Macdonald basso – ha così dialogato, attraverso pregnanti e intense interpretazioni, con le potenti immagini di Dreyer dove primi piani, inquadrature oblique, carrelli, riprese dall’alto hanno raccontato il processo alla Pulzella d’Orleans, fino ad accompagnarla alla morte sul rogo, dando così forma al rumore del suo dramma, allo strazio della sua sofferenza. Quella sorta di descrittivismo onirico che intride la pellicola del regista danese ha così trovato un contrappunto assai pregnante nella materia musicale dipinta con estrema cura dall’ensemble vocale, in una fusione tra linguaggi artistici di rara efficacia, qui proposta in prima italiana. Per la cronaca, entrambe le serate hanno raccolto un convinto successo da parte del numeroso pubblico presente.

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